Midterm, il test dei contrappesi
I primi 17 mesi del secondo mandato di Donald Trump sono stati esplosivi, sia in senso metaforico, per la vertiginosa sequenza di decisioni radicali (dazi, drastici tagli alle agenzie federali, all’ICE, alle università e alla ricerca), sia in senso letterale (messa a rischio delle alleanze internazionali, sostegno incondizionato alle campagne israeliane a Gaza e in Libano, guerra con l’Iran). Sebbene la comunità MAGA più fedele continui per ora a sostenerlo, i risultati sono stati ampiamente impopolari non solo all’estero ma anche negli Stati Uniti. Secondo The Economist, all’inizio di giugno l’indice netto di approvazione di Donald Trump era il più basso da quando la rivista ha iniziato a rilevarlo nel 2009. Con le elezioni di medio termine previste per novembre, è naturale chiedersi che cosa potrebbe cambiare.
Midterm elections, una prova difficile
Le elezioni di midterm — che si tengono a metà del mandato presidenziale e rinnovano integralmente la Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato — rappresentano sempre una prova difficile per il presidente in carica. Con la sola eccezione di George W. Bush nel 2002 (a un anno dagli attentati dell’11 settembre), tutti i presidenti recenti hanno visto il proprio partito perdere seggi alle elezioni di medio termine e cedere il controllo di almeno una delle due camere del Congresso. Clinton perse Camera e Senato nel 1994, e lo stesso accadde a George W. Bush nel 2006; Obama perse la Camera nel 2010 e il Senato nel 2014; Trump perse la Camera nel 2018 e Biden la perse nel 2022.
Al momento in cui scriviamo (giugno), la quasi totalità dei sondaggi prevede una vittoria democratica nel voto popolare per il Congresso. Al 14 giugno, dei 495 sondaggi monitorati dal New York Times, ben 412 favorivano i Democratici. Sebbene nella maggior parte dei casi il vantaggio sia limitato a pochi punti percentuali e i Repubblicani abbiano ottenuto recenti successi nella ridefinizione dei collegi elettorali, i mercati delle scommesse attribuiscono un’alta probabilità a una maggioranza democratica alla Camera: l’83% secondo Polymarket al 14 giugno.
Se i Dem conquistano la Camera
La domanda diventa allora la seguente: supponendo che i Democratici conquistino la Camera, quale differenza farà questo nelle decisioni politiche degli Stati Uniti? La lunga esperienza di inversioni di tendenza alle elezioni di medio termine suggerisce alcune lezioni.
Come prevedibile, un governo diviso tra i due partiti produce meno grandi iniziative legislative rispetto a un governo unificato. Sebbene l’impatto sull’attività legislativa complessiva sia più ambiguo, la letteratura concorda nel rilevare una riduzione del 30-40% nel numero di leggi significative e non marginali.
La lezione della storia
Questa riduzione viene spesso criticata come un esempio dell’immobilismo generato dalle divisioni parlamentari. Tuttavia, se le leggi approvate sono meno numerose, potrebbero anche essere di qualità superiore e quindi più durature, perché meno soggette a modifiche o abrogazioni successive. Le ricerche più recenti hanno esaminato questa ipotesi con risultati contrastanti, ma misurare la qualità delle leggi è notoriamente difficile. L’idea resta coerente con l’intuizione e con l’esperienza: uno studio attualmente in corso mostra che i meccanismi di checks and balances riducono gli effetti negativi della polarizzazione e attenuano l’impatto del populismo. Un governo diviso costituisce una forma plausibile di questi contrappesi istituzionali.
La storia ci insegna dunque che una Camera a maggioranza democratica probabilmente produrrebbe meno leggi storiche, ma forse migliori e più durature. Ma quanto è rilevante la storia per un’amministrazione così insolita come il secondo mandato di Donald Trump? Possiamo davvero essere certi che l’impatto sarebbe significativo?
Il ricorso agli ordini esecutivi
Il dubbio nasce dallo stile senza precedenti dell’attuale amministrazione e, in particolare, dall’eccezionale ricorso di Trump agli strumenti del potere presidenziale unilaterale, primo fra tutti gli ordini esecutivi. Negli Stati Uniti, a differenza di quanto avviene in Italia, gli executive orders non devono essere approvati dal Congresso entro un termine stabilito e restano in vigore finché non vengono sostituiti da una legge, annullati dai tribunali o revocati dal presidente successivo.
Nei circa 16-17 mesi trascorsi dal suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato 265 ordini esecutivi, una media di circa uno ogni due giorni. Si tratta di oltre tre volte il numero emesso da ciascuna delle cinque amministrazioni precedenti nello stesso arco temporale e di un totale superiore a quello registrato durante l’intera durata di molti di quei mandati. Oltre alla quantità, colpisce la varietà e l’importanza delle materie affrontate: immigrazione e controllo delle frontiere; organizzazione delle agenzie federali; commercio e dazi; energia e ambiente; politica estera e sicurezza nazionale; istruzione e temi culturali; tecnologia e intelligenza artificiale.
Quanto conteranno allora le elezioni di medio termine, anche nel caso in cui i Democratici conquistino davvero la maggioranza alla Camera? La risposta non può prescindere dall’uso — e dall’abuso — degli strumenti presidenziali unilaterali. Un governo diviso tende generalmente ad aumentare il ricorso alle iniziative presidenziali. Anche se il ritmo degli ordini esecutivi dovesse restare invariato o diminuire leggermente, il ricorso all’azione unilaterale consentirebbe comunque al presidente di mantenere gran parte del proprio potere.
Due effetti possibili
A nostro avviso, gli effetti principali sarebbero due.
Il primo è di natura istituzionale e si manifesterebbe soprattutto nel lungo periodo. In presenza di un governo diviso, trasformare gli ordini esecutivi in leggi diventerebbe più difficile. Ciò limiterebbe la capacità del presidente di vincolare le amministrazioni future: un futuro presidente può facilmente cancellare un ordine esecutivo di Donald Trump, ma è molto meno probabile che riesca a eliminare misure ormai trasformate in legge.
Il secondo effetto, più immediato, sarebbe politico piuttosto che istituzionale. Se il calo di popolarità registrato dai sondaggi si traducesse in perdite elettorali, diventerebbero evidenti per il Partito Repubblicano i rischi derivanti dall’attuale atteggiamento di sostanziale acquiescenza nei confronti del presidente, soprattutto in vista delle prossime elezioni presidenziali. Dopo la guerra con l’Iran, qualche segnale di questa presa di coscienza sembra già emergere. Le elezioni di midterm potrebbero consolidarla.