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Le Midterm non misurano soltanto il consenso verso l’amministrazione, ma la tenuta del suo progetto di trasformazione istituzionale. In gioco c’è il rapporto tra esecutivo, magistratura, Congresso e una nuova alleanza tra politica, capitale tech e nazionalismo anti-liberale

Alle elezioni Midterm del novembre 2026 negli Stati Uniti verranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato su 100.  Se il Partito Repubblicano controlla oggi sia la Casa Bianca che il Congresso è molto probabile che questo cambi dopo le Midterm. Sui principali mercati predittivi oggi i Democratici sono considerati nettamente favoriti per conquistare la Camera, con una sostanziale chance di controllare anche il Senato (su Polymarket le associate probabilità sono 81% per la Camera e 43% per entrambe).   

L’amministrazione Trump si gioca molto in queste elezioni. I primi due anni di questo governo hanno messo in atto una politica estremamente ambiziosa di ridefinizione dei rapporti istituzionali del paese e delle forme in cui si manifesta il ruolo geo-politico e geo-economico centrale degli Stati Uniti nel mondo. Le midterm rischiano di rendere molto più complesso il proseguimento di questa strategia.   Per questo l’amministrazione ha in cantiere varie iniziative istituzionali concrete per spostare i risultati a favore dei Repubblicani: il “SAVE America Act” per imporre requisitipiù stringenti alla partecipazione al voto, le restrizioni sul voto per posta, e soprattutto uno sforzo enorme nel ridisegno dei collegi elettorali (gerrymandering). Anche il supporto politico e finanziario a ICE può essere visto come un meccanismo per limitare l’accesso al voto delle minoranze etniche attraverso una politica di intimidazione e violenza.

Lo scontro tra potere esecutivo e magistratura

Al di là della possibile efficacia di queste iniziative, la battaglia per la loro implementazione mette in evidenza la relazione complessa e sostanzialmente conflittuale tra potere giudiziario e potere esecutivo. Questo nonostante la Corte Suprema sembri ad alcuni osservatori aver sviluppato una corsia procedurale rapida e opaca che, nei casi su Trump, ha spesso finito per ampliare o proteggere il potere presidenziale.

Il conflitto esecutivo–giudiziario è diventato uno dei luoghi centrali della politica. Importanti esempi recenti includono la battaglia sulla immunità presidenziale nel 2024, quella sul potere delle ingiunzioni nazionali rispetto agli ordini esecutivi del Presidente, quella sul potere dell’esecutivo nell’imposizione di dazi e tariffe e sul suo potere discrezionale in materia di immigrazione e e sicurezza nazionale. Questo conflitto non è fenomeno solo recente – ad esempio, nel 2023 la Corte Suprema ha invalidato il piano di Biden di cancellazione del debito studentesco - ma la novità è che molte politiche vengono oggi costruite prevedendo la “litigation” come passaggio normale: il Presidente agisce, stati/ONG/individui fanno causa, giudici federali bloccano o confermano, la Corte Suprema ridefinisce i confini. In questo contesto politico il potere legislativo appare ora incapace di operare con separazione dal potere esecutivo – la sua capacità di farlo è parte rilevante di quello che il paese si gioca direttamente alle Midterm.

Il progetto di rifondazione istituzionale

Indirettamente però a queste Midterm si chiede di rispondere – come ad un quesito referendario – al progetto di rifondazione istituzionale profonda dell’amministrazione.  Il progetto ha una componente rappresentata sostanzialmente da un blocco politico di potenti imprenditori tech, da Elon Musk a Peter Thiel e a Marc Andreessen. Questa componente, da posizioni libertarie classiche, passa a una disillusione verso la democrazia liberale, una ricerca di spazi di sovranità privata o semi-privata, fino ad un ordine politico-istituzionale - in alcuni casi esplicitamente anti-democratico - in cui le minoranze creative/capitalistiche non siano frenate da maggioranze elettorali, burocrazie, redistribuzione, università, media. La filosofia politica di questo blocco non è più solo ancorata ai principi libertari e ai loro interessi economici - Musk ai tempi di DOGE parlava di “delete the mountain” delle regolamentazioni – ma è fusione di capitale tech, nazionalismo, anti-liberalismo culturale, politica industriale selettiva, ostilità verso università/media/burocrazia. Questa filosofia politica ha poi trovato un supporto pragmatico, un vero e proprio manuale operativo, nella definizione di Project 2025, il piano di transizione e governo preparato dalla Heritage per trasformare rapidamente una presidenza repubblicana in uno strumento di controllo diretto dello Stato federale.

La posta in gioco internazionale

Il progetto di rifondazione istituzionale di questa amministrazione non ha solo valenza interna agli Stati Uniti – il nazionalismo che la permea l’ha portata a tentare di ridefinire anche la manifestazione del potere politico ed economico del paese nei rapporti internazionali. 

Storicamente gli Stati Uniti hanno avuto forti momenti di isolamento o semi-isolamento. La posizione del paese di potenza garante dell’ordine internazionale – NATO, Bretton Woods, dollaro, istituzioni multilaterali – è relativamente recente, successiva alla fine della seconda guerra mondiale, ed ha avuto vari cedimenti dopo Vietnam e Iraq/Afghanistan. Ma la strategia dell’amministrazione Trump non è isolazionismo. Piuttosto è una forma di interventismo ideologico anti-liberale, specie in Europa.  Mira a delegittimare le élite europee centriste (a costo di normalizzare le destre nazionaliste), a indebolire la UE e la regolazione sovranazionale.  Per questo, supportare il Rassemblement National in Francia e l’AfD in Germania, è il mezzo. Il fine è trasformare l’Europa da polo liberale relativamente autonomo in una costellazione di stati nazionali divisi, dipendenti dagli USA sul piano militare e tecnologico. In questo senso, anche la battaglia culturale – un Europa come civiltà bianca/cristiana/occidentale minacciata da immigrazione, Islam, secolarismo, multiculturalismo – è un mezzo, allo stesso fine.

Un appuntamento decisivo 

In conclusione, non mi pare esagerato dire che Midterm quest’anno rappresenteranno le elezioni più importanti e significative della mia generazione, per il loro impatto sul futuro dei nostri figli.