Il commercio come arma
Quando gli americani voteranno alle elezioni di midterm del 2026, non sceglieranno soltanto la composizione del Congresso. Decideranno anche quale idea di ordine economico internazionale continuerà a guidare la prima potenza mondiale. Dietro la battaglia elettorale si gioca infatti una partita molto più ampia: quella sul futuro del sistema commerciale globale e sul ruolo del diritto internazionale come limite all'esercizio della potenza.
La seconda amministrazione Trump ha trasformato la politica commerciale da strumento economico a leva di politica estera. I dazi non sono più utilizzati soltanto per proteggere industrie nazionali o correggere squilibri commerciali, ma diventano strumenti di pressione diplomatica, sicurezza nazionale e persino influenza politica. L'accesso al mercato americano viene concepito come una risorsa negoziale da utilizzare nei confronti di alleati e rivali indistintamente.
È una trasformazione profonda, che rompe con il paradigma costruito dagli Stati Uniti stessi nel secondo dopoguerra. Per oltre settant'anni Washington è stata il principale promotore di un sistema commerciale fondato su regole multilaterali, prevedibilità e riduzione progressiva delle barriere tariffarie. Oggi quello stesso Paese tende invece a privilegiare decisioni unilaterali, negoziazioni bilaterali e strumenti emergenziali.
La centralità dei poteri d'emergenza
Il cambiamento è giuridicamente ancora più significativo che economicamente. Le nuove misure tariffarie vengono spesso giustificate ricorrendo a norme pensate per fronteggiare emergenze nazionali o minacce alla sicurezza, come l'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) e la Section 232 del Trade Expansion Act. L'eccezione diventa così la regola. La sicurezza nazionale, tradizionalmente limite circoscritto alle regole del commercio internazionale, si trasforma nella chiave interpretativa dell'intera politica commerciale americana. Gli stessi autori dei due saggi pubblicati sull'American Journal of International Law sottolineano come questa evoluzione rappresenti una rottura senza precedenti sia rispetto alla prassi costituzionale americana sia rispetto all'ordinamento commerciale multilaterale.
La conseguenza è una crescente tensione tra diritto interno e diritto internazionale. Sul piano domestico, diversi ricorsi contestano che il Presidente disponga di un potere così ampio nell'imporre dazi senza un intervento esplicito del Congresso. Sul piano internazionale, molte delle nuove tariffe risultano difficilmente conciliabili con gli obblighi assunti dagli Stati Uniti nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, fondata proprio sul principio di non discriminazione e sulla limitazione delle misure unilaterali.
Quando il commercio non riguarda più solo il commercio
Ma il dato forse più rilevante è un altro. La politica commerciale americana non distingue più nettamente tra commercio, politica estera e sicurezza. Dazi contro chi importa petrolio venezuelano, minacce tariffarie legate alla guerra in Ucraina, misure giustificate da flussi migratori o traffico di fentanyl mostrano come il commercio venga utilizzato per perseguire obiettivi estranei agli scambi economici. È una logica di "weaponization of trade", nella quale gli strumenti commerciali diventano parte integrante della competizione geopolitica.
Per l'Europa questa evoluzione non è un problema teorico. L'Unione europea fonda gran parte della propria strategia economica sull'esistenza di regole prevedibili e istituzioni multilaterali. Se il principale architetto di quell'ordine decide invece di sostituire le regole con rapporti di forza e accordi bilaterali, anche Bruxelles è costretta a ripensare la propria politica commerciale, industriale e tecnologica. Non è un caso che negli ultimi anni l'Europa abbia rafforzato strumenti di difesa commerciale, meccanismi anti-coercizione e politiche di autonomia strategica.
Una scelta che riguarda il futuro dell'ordine economico internazionale
In questo senso, le elezioni di midterm rappresentano molto più di una verifica sul consenso del Presidente. Costituiranno un referendum implicito sulla sostenibilità politica della strategia "America First". Un Congresso più ostile potrebbe limitare l'espansione dei poteri presidenziali o favorire un ritorno a un approccio maggiormente cooperativo. Al contrario, una conferma politica rafforzerebbe l'idea che il commercio internazionale sia ormai destinato a essere governato sempre meno dal diritto e sempre più dalla forza negoziale degli Stati.
Per decenni il commercio internazionale è stato considerato uno strumento di integrazione. Oggi rischia di diventare un terreno permanente di competizione strategica. Le divisioni dell'America non ridefiniscono soltanto la politica americana: stanno riscrivendo le regole del commercio mondiale. Ed è per questo che il voto di novembre, pur svolgendosi nelle urne degli Stati Uniti, produrrà effetti ben oltre Washington.