Il dollaro sotto pressione politica
L’euro, il dollaro e Trump. Nei giorni che ci separano dalle elezioni politiche autunnali statunitensi, la Bce è destinata a navigare in mari agitati. Per capirne la ragione, il punto di partenza è chiedersi da cosa dipende l’andamento del dollaro.
L’indipendenza della Fed nel mirino del populismo
Un ruolo centrale rivestono di certo le scelte di politica monetaria, che a loro volta dipendono dal grado di indipendenza della Fed rispetto al potere politico. Va subito precisato che la FED non ha certo il livello di indipendenza che contraddistingue, ad esempio, la Bce. Quindi l’analisi della fisionomia di chi guida la nazione – da un lato – e di chi governa la banca centrale – dall’altro – risulta cruciale.
L’attuale presidente degli Stati Uniti è un populista. Il populista cerca di massimizzare il consenso, come gli altri politici, ma la sua peculiarità è quello di utilizzare le politiche “esclusive”, che privilegiano i bisogni, effettivi o anche solo percepiti, di determinate categorie di famiglie e/o imprese, che si sentono danneggiate dai partiti tradizionali.
Così i populisti finiscono per non sopportare tutte le regole istituzionali che riducono la loro capacità di fare politiche esclusive. È questo il caso dell’indipendenza della banca centrale: un populista vorrebbe avere il pieno controllo della liquidità statale e del livello dei tassi di interesse; quindi la presenza di una burocrazia indipendente diventa un ostacolo da neutralizzare.
Una politica monetaria populista si caratterizza perciò per un doppio volto. Da un lato, il populista vuol avere il controllo della moneta, dei tassi di interesse e dei tassi di cambio; dall’altro lato, e di riflesso, vuole ridurre l’indipendenza della banca centrale. È questo il doppio volto che ha da sempre caratterizzato Donald Trump, fin dal suo primo mandato.
Trump, Powell e la sfida sulla moneta digitale
Per Trump l’andamento del cambio del dollaro, per favorire il settore manifatturiero, deve essere debole e i tassi di interesse devono essere bassi, sempre. I tassi bassi piacciono alle imprese e in più sono un sollievo per il costo del debito pubblico statunitense. Allo stesso tempo, Trump utilizza come strumento di pressione politica quello dell’aggressione mediatica, sistematica nei modi e violenta nelle parole, contro il governatore in capo della Fed, Jerome Powell – ma non solo. Trump è arrivato a definire Powell “deficiente” e “zuccone”.
Inoltre, per indebolire la Fed, Trump sta utilizzando le possibilità aperte dalle nuove tecnologie di digitalizzazione della moneta, con due mosse. Primo: vietare alla Fed di emettere dollari digitali, a differenza di quello che sta accadendo nella area europea, dove avremo l’euro digitale. Secondo: legalizzare le monete private digitali “pseudo stabili”, per soddisfare una lobby finanziaria a lui vicina, non solo dal punto di vista elettorale, ma anche da quello personale. Il risultato? L’effetto di una sistematica battaglia tra il capo dell’esecutivo e quello della banca centrale è quello di aumentare l’incertezza; una pessima notizia, in uno scenario internazionale sempre più complesso dal punto di vista economico e geopolitico.
Warsh tra falco, colomba e airone
Ma l’incertezza sarà ulteriormente alimentata dal fatto che la Fed da giugno ha un nuovo governatore in capo, nominato da Trump: Kevin Warsh. Il suo originario curriculum è quello di un “falco”, cioè di un banchiere centrale molto attento all’andamento dell’inflazione, quindi orientato a politiche di disciplina monetaria, cioè di alti tassi. Anche se, durante il primo mandato di Trump come presidente e alla vigilia delle elezioni che ne hanno sancito la seconda vittoria, criticò la Fed di Powell per scelte giudicate troppo restrittive. Quindi sembra un airone, cioè quei banchieri centrali che cambiano stormo, e possono essere sia falchi che colomba.
Mari agitati per la Bce
Le prossime settimane sembrano fatte apposte per capire se Warsh farà il falco o l’airone, cambiando casacca. Dal punto di vista economico, la crisi medio orientale si traduce in uno shock che colpisce l’offerta aggregata, che innesca simultaneamente sia il rischio d’inflazione che quello di stagnazione. Dal punto di vista politico, in autunno ci sono le elezioni e Trump ha già ricominciato dal sette giugno a suonare il flauto dei tassi bassi. Un flauto che all’avvicinarsi dell’autunno diventerà un trombone, a meno che, con una inflazione in rialzo, il presidente non tema che i suoi elettori gli voltino le spalle. Come farà il falco Warsh a non far arrabbiare la colomba Trump? Una idea sembra averla: sostiene che l’intelligenza artificiale sta rappresentato uno shock positivo per l’economia statunitense, con effetti opposti a quelli della crisi mediorientali, quindi i tassi potrebbero non doversi alzare. Sarà vero? Di certo, Warsh nella sua prima uscita ufficiale in giugno ha fatto l’airone: non modificando i tassi, nei fatti ha seguito la medesima rotta da colomba di Powell, ma con le parole ha fatto il falco. E il dollaro ha invertito la sua rotta ribassista. Ma siamo solo all’inizio. Di certo l’equazione sarà: Trump più Warsh uguale incertezza sul dollaro, quindi sull’euro. Si prevedono mari mossi per Lagarde e colleghi. Buon vento a loro.