Quando la delusione economica cambia il voto
Negli ultimi anni, in molte democrazie occidentali — dagli Stati Uniti al Regno Unito all’Italia — i partiti populisti di destra hanno conquistato consensi tra gli elettori in difficoltà economica. È un fatto in apparenza paradossale: queste forze propongono spesso programmi che favoriscono i più ricchi, con meno tasse e meno redistribuzione, eppure raccolgono voti proprio tra chi è rimasto indietro. E il loro elettorato è sorprendentemente eterogeneo, perché unisce ceti popolari delusi e segmenti benestanti. Da qui la domanda che ci siamo posti: perché accade, e quali conseguenze ha sulle politiche economiche?
I delusi, amanti del rischio
Per rispondere, nel nostro articolo The Political Implications of Reference-Dependent Preferences, abbiamo costruito un modello di competizione elettorale fondato su un’idea della psicologia economica: le persone valutano il proprio reddito non in assoluto, ma rispetto a un punto di riferimento, cioè a ciò che si aspettavano di ottenere. Chi finisce al di sotto di quella soglia — i “delusi” — prova un’avversione alle perdite che, paradossalmente, lo rende amante del rischio: una scommessa che offre la possibilità di recuperare il terreno perduto diventa attraente.
Nel nostro schema due candidati si contendono il voto scegliendo quanto tassare e redistribuire. Uno è “moderato”: sicuro e prevedibile. L’altro è “populista”: più rischioso e meno efficiente, perché incline a politiche non convenzionali dagli esiti incerti. Gli elettori delusi sono attratti proprio dalla rischiosità intrinseca del populista. Ma qui interviene il meccanismo centrale: più redistribuzione riduce la delusione dei più poveri, li avvicina al loro punto di riferimento e così li rende meno amanti del rischio — e meno sedotti dal populista. Il populista ha dunque un incentivo più debole del moderato a promettere alte tasse, perché alzare la redistribuzione gli farebbe perdere parte del fascino su cui si regge il suo consenso.
Due possibili equilibri
Da questo trade-off emergono due possibili equilibri. Nel primo i due candidati convergono sulla stessa aliquota. Nel secondo, più interessante, le piattaforme divergono: il populista propone tasse più basse e meno redistribuzione del moderato. Si forma allora una “coalizione anomala”: il populista raccoglie insieme i voti dei più ricchi (attratti dalle tasse basse) e dei più poveri e delusi (attratti dalla sua rischiosità), mentre il moderato conserva il sostegno di chi sta vicino al proprio punto di riferimento — gli elettori più avversi al rischio, che temono di perdere molto se il populista fallisce. La divergenza emerge soprattutto quando lo shock economico è ampio e l’inefficienza del populista è sufficientemente grande.
Un modello che spiega la destra populista
Accanto ai risultati teorici offriamo alcune evidenze empiriche. Anzitutto verifichiamo l’ipotesi che i leader populisti siano davvero più rischiosi e meno efficienti: con il metodo del controllo sintetico, su 27 episodi di governo populista in 18 paesi, troviamo che il populismo al potere riduce il PIL pro capite di circa il 9% e ne aumenta la volatilità di circa il 20%. In secondo luogo, usando le indagini sociali europee, mostriamo che i partiti populisti di destra sono effettivamente sostenuti da una coalizione anomala: chi dichiara difficoltà economiche ha una probabilità di votarli più alta di circa 10 punti percentuali, ma anche gli elettori del quintile di reddito più ricco hanno una probabilità maggiore di circa 11 punti. I populisti di sinistra, al contrario, raccolgono soprattutto i voti dei più poveri: la nostra teoria spiega la destra populista, non l’intero fenomeno.
L’inedita alleanza
In definitiva, le preferenze dipendenti da un punto di riferimento aiutano a sciogliere un paradosso solo apparente. Dopo uno shock economico la delusione trasforma molti elettori in cercatori di rischio, e questo spinge il candidato più rischioso a presentarsi con un programma di tasse basse, sostenuto dall’inedita alleanza tra chi ha molto e chi sente di aver perso tutto.