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Stablecoin, dollaro digitale e conflitti di interesse entrano nel cuore della campagna di midterm. La politica cripto dell’amministrazione punta a rafforzare il dominio globale del dollaro, ma rischia di sacrificare trasparenza e stabilità finanziaria

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 non rappresentano una normale consultazione democratica. Sono, nella più semplice delle analisi, un referendum sulla capacità dell'architettura istituzionale della Repubblica americana di sopravvivere intatta a un secondo mandato di Donald Trump e, di conseguenza, sulla possibilità che l'ordine internazionale del dopoguerra continui ad avere negli Stati Uniti il suo principale artefice. La posta in gioco va ben oltre Washington: arriva fino a Ginevra, Pechino e Francoforte, oltre che sulle scrivanie operative di tutti i fondi sovrani che stanno rivalutando la propria esposizione agli asset denominati in dollari.

Una sfida decisiva per il controllo delle istituzioni

In palio ci sono il controllo della Camera dei Rappresentanti, del Senato e di oltre trenta governatorati. La storia è notoriamente sfavorevole al partito del presidente in carica: il tasso di approvazione netto di Trump è pari a -18,4 punti percentuali, il livello più basso del suo secondo mandato, mentre la media dei sondaggi nazionali registra un consenso del 39,1% contro un 57,5% di giudizi negativi. Data la sua bassa popolarità, Trump teme di perdere il controllo del Congresso e, per questo motivo, il suo team ha lavorato intensamente per ridisegnare i collegi elettorali (attraverso il redistricting), con l'obiettivo di mantenere la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso.

Lo scenario di una vittoria democratica

Che cosa accadrebbe se, nonostante questi interventi strutturali, i Democratici riuscissero comunque a riconquistare la Camera e, potenzialmente, anche il Senato? L'analisi offre pochi motivi di rassicurazione. Trump non ha mai riconosciuto una sconfitta elettorale come un esito legittimo e le garanzie istituzionali che impedirono il sovvertimento del risultato del 2020 si sono nel frattempo sensibilmente indebolite. Ciò che invece si può affermare con precisione è che una Camera controllata dai Democratici acquisirebbe immediatamente il potere di avviare indagini parlamentari su un'amministrazione i cui conflitti di interesse appaiono, sotto ogni parametro storico, di dimensioni eccezionali.

Criptovalute e conflitti di interesse

Nessun ambito evidenzia questi conflitti più di quello delle criptovalute. La dichiarazione patrimoniale annuale di Trump, pubblicata a giugno, mostra oltre 1,4 miliardi di dollari di redditi derivanti da iniziative legate alle criptovalute nel corso del 2025, tra cui più di 500 milioni provenienti da World Liberty Financial e 635 milioni dalla vendita della sua meme coin TRUMP. Trump ha inoltre incassato oltre 196 milioni di dollari dalla cessione di una partecipazione in Stablecoin Holdco, la società controllante dell'attività legata alla stablecoin USD1 di World Liberty Financial. Il conflitto di interessi è evidente e strutturale: mentre il presidente accumulava queste partecipazioni, la sua amministrazione riscriveva contemporaneamente la politica federale sulle criptovalute, sostenendo e promulgando il GENIUS Act, riducendo le attività di controllo del Dipartimento di Giustizia e della Securities and Exchange Commission (SEC) e promuovendo gli Stati Uniti come centro globale del business delle criptovalute.

Il GENIUS Act, in termini geopolitici, è molto più di un semplice strumento di regolamentazione nazionale. L'amministrazione statunitense lo presenta esplicitamente come un mezzo per garantire il mantenimento della supremazia globale del dollaro e rafforzare la domanda di titoli del Tesoro americano. Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: la legge impone che le riserve a garanzia delle stablecoin destinate ai pagamenti siano costituite esclusivamente da liquidità, depositi bancari, operazioni pronti contro termine oppure titoli del Tesoro con una scadenza residua non superiore a 93 giorni. In questo modo, la crescita futura delle stablecoin viene direttamente collegata a un aumento della domanda di titoli di Stato a breve termine.

Nel novembre 2025 il 99% di tutte le stablecoin in circolazione era denominato in dollari e una parte consistente del loro utilizzo riguardava gli utenti dei mercati emergenti. In alcune aree dell'America Latina, dell'Africa e del Medio Oriente, i flussi di stablecoin hanno raggiunto un valore pari al 7-8% del PIL, alimentando un processo di "dollarizzazione digitale" che rafforza la presenza internazionale del dollaro proprio nelle regioni in cui la Cina sta cercando di espandere il ruolo del renminbi.

Il dollaro digitale e i rischi per la stabilità finanziaria

L'argomento relativo alla domanda di titoli del Tesoro è altrettanto significativo. I principali emittenti di stablecoin detengono già ingenti quantità di debito pubblico americano a breve termine: a marzo 2026 le riserve di Tether comprendevano circa 117 miliardi di dollari in Treasury Bills, mentre il fondo di riserva di Circle possedeva circa 67 miliardi di dollari in attività equivalenti. Questo dato assume particolare rilievo perché la quota di titoli del Tesoro detenuta da investitori stranieri è scesa a circa il 30%, rispetto al picco superiore al 50% registrato durante la crisi finanziaria globale. Parallelamente, le banche centrali hanno accelerato gli acquisti di oro, aggiungendo soltanto nel primo trimestre del 2026 ben 244 tonnellate di metallo prezioso, il ritmo trimestrale più elevato degli ultimi anni.

In termini strettamente funzionali, gli emittenti di stablecoin stanno quindi colmando una lacuna strutturale nella domanda di debito sovrano americano. L'obbligo previsto dal GENIUS Act di detenere riserve in titoli del Tesoro rappresenta, dal punto di vista di Washington, uno strumento per convogliare il capitale privato delle criptovalute al servizio della gestione del debito pubblico.

Tuttavia, questo impianto sembra trascurare quasi completamente il tema della stabilità finanziaria. Il CLARITY Act, già approvato dalla Camera e destinato all'esame del Senato dopo la pausa del Labor Day, introduce infatti un quadro regolatorio particolarmente leggero che, secondo i critici, lascia ampie aree dell'industria delle criptovalute sostanzialmente prive di controllo e contiene lacune capaci di indebolire le tutele dell'intero sistema finanziario. 

Un Congresso democratico cambierebbe gli equilibri

Una Camera controllata dai Democratici modificherebbe radicalmente lo scenario descritto. I poteri d'indagine parlamentare sulle attività del Tesoro, sui conflitti di interesse legati alle criptovalute e sulle possibili violazioni del diritto di voto diventerebbero immediatamente operativi. Anche l'iter legislativo al Senato, compreso quello del CLARITY Act, si svolgerebbe in un contesto negoziale completamente diverso, nel quale potrebbero tornare al centro del dibattito norme etiche volte a impedire agli eletti di trarre profitto dagli asset che sono chiamati a regolamentare, insieme a una maggiore attenzione per la stabilità finanziaria.

Più in generale, sul piano della politica monetaria e delle valute digitali, un approccio più equilibrato rafforzerebbe la credibilità istituzionale degli Stati Uniti nei confronti dei partner internazionali, la cui collaborazione resta indispensabile affinché il dollaro possa continuare a mantenere la propria posizione dominante attraverso strumenti che vadano oltre il solo sviluppo delle stablecoin private.

BRUNELLO ROSA

Università Bocconi