Una democrazia vive di fiducia
“Non è solo che le persone la pensano diversamente, ma che non sanno più cosa pensano gli altri.” È in questa osservazione che, secondo Eliana La Ferrara, si nasconde una delle trasformazioni più profonde della società americana. In un ecosistema informativo frammentato, dove ognuno vive immerso nella propria bolla, non viene meno soltanto il consenso sui fatti: si dissolve anche quella base di aspettative condivise che permette ai cittadini di fidarsi gli uni degli altri, coordinarsi e riconoscersi come parte della stessa comunità. Più che un semplice appuntamento elettorale, il voto di novembre rappresenta quindi un test sulla tenuta della democrazia americana in un Paese segnato da polarizzazione politica, crescente disuguaglianza, guerre culturali e crisi della fiducia nelle istituzioni. Una realtà che continua a influenzare il resto del mondo e che, proprio per questo, merita di essere osservata ben oltre il risultato delle urne. Economista dello sviluppo e professoressa di Public Policy alla Harvard Kennedy School, Eliana La Ferrara è alumna dell’Università Bocconi, dove ha ricoperto la Cattedra Invernizzi di Economia dello sviluppo, ha fondato il Laboratory for Effective Anti-poverty Policies (LEAP), oggi parte del centro INSPIRE, dedicato alla progettazione e alla valutazione rigorosa di politiche efficaci contro la povertà, uno dei principali punti di riferimento europei in questo ambito.
In questa intervista La Ferrara legge le fratture degli Stati Uniti attraverso la lente delle sue ricerche. Il risultato è un’analisi che va oltre la politica americana e riguarda tutte le democrazie occidentali: perché il vero rischio, spiega, non è soltanto una società più divisa, ma una società che perde la capacità di costruire fiducia, cooperazione e un’idea condivisa di futuro.
Lei vive e insegna negli Stati Uniti in una fase di forte polarizzazione politica e sociale. Qual è il cambiamento più profondo che ha osservato nella società americana negli ultimi anni?
Si parla molto dell'intensificarsi della “partisan identity” come lente attraverso cui gli americani interpretano la realtà, e sicuramente questa è una delle cose che ho osservato da quando mi sono trasferita a Boston quattro anni fa. La cosa che però mi ha colpito (e preoccupato) di più negli ultimi due anni è la disponibilità crescente ad accettare comportamenti che violano norme condivise: norme di rispetto reciproco, norme di solidarietà. È come se ci fosse un senso di impotenza individuale di fronte ad alcuni eventi – che è quasi paradossale in una cultura costruita sull'idea che l'individuo sia artefice del proprio destino.
Nei suoi lavori sulla fiducia e sulla partecipazione civica ha mostrato quanto la coesione sociale sia una componente essenziale del funzionamento delle comunità. Oggi ha l’impressione che negli Stati Uniti si stiano indebolendo quei legami di fiducia che permettono a una democrazia di riconoscersi come progetto collettivo?
I dati della General Social Survey documentano un calo significativo della fiducia interpersonale negli Stati Uniti dagli anni Settanta a oggi, soprattutto per quanto riguarda la fiducia generalizzata, ovvero il “bridging capital” che unisce persone diverse. Ricerche recenti sulle percezioni della disuguaglianza mostrano anche come gli americani siano diventati sempre più pessimisti riguardo all’esistenza di opportunità condivise. C’è sempre più la percezione che l’economia sia una competizione a somma zero, e questo riduce la possibilità di sostenere meccanismi di cooperazione.
Le divisioni che attraversano oggi gli Stati Uniti sono soprattutto economiche o culturali? Oppure queste due dimensioni si alimentano a vicenda?
La distinzione è diventata sempre meno utile, perché le due dimensioni si alimentano reciprocamente. Il declino economico di molte comunità si è tradotto in disgregazione sociale e ha alimentato un risentimento che ha dato spazio a narrative identitarie. Queste narrative rendono a loro volta più difficile costruire coalizioni politiche orientate alla redistribuzione, alimentando un circolo vizioso. Chi ha interesse a bloccare politiche redistributive può trarre vantaggio dall'accentuare divisioni culturali.
Ha l’impressione che negli Stati Uniti il principale confine tra gruppi non sia più etnico o religioso, ma politico?
Nella realtà americana identità politica e religiosa si stanno fondendo, specie nella destra conservatrice. Il “Christian nationalism” ne è l'espressione più recente, dove l’identità cristiana (prevalentemente bianca ed evangelica) e appartenenza politica tendono a coincidere. Questo è pericoloso per la democrazia, perchè mette in campo una “mobilizzazione emotiva” che rende difficile il dialogo sui fatti e sull’evidenza che sottendono diverse alternative di policy.
Quanto pesa oggi la frammentazione dell’informazione nel rendere più difficile costruire fiducia e coesione sociale?
I mass media non sono mai stati neutri nella formazione delle preferenze e delle identità sociali. Con i social media il problema si è aggravato: si sono create “echo chambers” che espongono gli utenti quasi esclusivamente a contenuti che rafforzano le proprie convinzioni. Ma c'è una dimensione ulteriore, che io trovo affascinante. I media non influenzano solo ciò che i singoli individui pensano, i cosiddetti “first-order beliefs”. Influenzano anche i “second-order beliefs”, ovvero ciò che ciascuno si aspetta che gli altri pensino. Quando guardo un programma ampiamente seguito, so che anche gli altri lo stanno guardando, e posso quindi anticipare come si stia orientando la loro opinione. Questa consapevolezza condivisa permette alle persone di coordinarsi e agire insieme, confidando che gli altri ragionino a partire da premesse simili. In un ecosistema informativo frammentato questo meccanismo si inceppa: non è solo che le persone la pensano diversamente, ma che non sanno più cosa pensano gli altri. E senza questa base comune, costruire fiducia e intraprendere progetti collettivi diventa più difficile.
Le tensioni che attraversano oggi i campus americani sono un fenomeno interno al mondo accademico o riflettono trasformazioni più profonde della società?
Le università sono luoghi dove tradizionalmente le tensioni emergono in forma concentrata per diverse ragioni: raccolgono nello stesso spazio giovani con background molto diversi, spesso per la prima volta, e sono sedi dove le idee vengono esplicitamente messe alla prova e il dibattito viene incoraggiato. Le tensioni che osserviamo oggi nelle università sulla libertà di espressione, sul rapporto con la storia nazionale e sulla rappresentanza riflettono le stesse fratture della società. Leggerle come un fenomeno autoreferenziale del mondo accademico sarebbe un errore di prospettiva.
Molte delle fratture che osserviamo negli Stati Uniti sembrano emergere, con modalità diverse, anche in Europa. Quali dovremmo osservare con maggiore attenzione perché potrebbero anticipare il nostro futuro?
Direi di osservare con attenzione tre dinamiche. La prima è la velocità con cui la “partisan identity” può sostituire altre forme di appartenenza, rendendo accettabili norme e comportamenti che in passato sarebbero stati sanzionati. La seconda è la perdita di una realtà informativa condivisa e la riduzione del peso che l’evidenza scientifica e i fatti hanno nel creare le narrative prevalenti. La terza, forse più inattesa, è la dinamica psicologica che sta investendo le nuove generazioni. Stiamo assistendo a un backlash contro politiche di inclusione e a un ritorno a posizioni conservatrici, specialmente tra i giovani uomini. Questo può essere segno di una generazione che si sente esclusa dalle promesse del progresso.
Se dovesse indicare una priorità per ricostruire fiducia e cooperazione nelle democrazie contemporanee, da dove bisognerebbe ripartire?
Ripartirei da due condizioni, tra loro connesse. La prima è l'investimento nelle istituzioni intermedie: scuole, spazi pubblici, associazioni locali. La letteratura sulla “contact hypothesis” mostra che la fiducia si costruisce attraverso interazioni reali e ripetute, in cui le persone si incontrano come individui e non come rappresentanti di una categoria. Questo è profondamente diverso dall'esposizione virtuale: sui social media ciascuno proietta un'immagine di sé che tende a rinforzare stereotipi, che non dà e non chiede niente agli altri. Il contatto vissuto, con le sue difficoltà e l’opportunità di imparare chi sono gli altri, è per me uno strumento cruciale per ricostruire fiducia. La seconda condizione riguarda le aspettative collettive su ciò che è giusto fare. Le norme democratiche non sono solo regole formali: sono equilibri sociali che reggono finché le persone credono che anche gli altri le rispettino. Ecco perché il linguaggio pubblico conta: ogni volta che un leader normalizza il disprezzo per le istituzioni, erode le aspettative di tutti. Ricostruire fiducia significa anche riaffermare che tenere in considerazione le esigenze di gruppi diversi e rispettare le regole del gioco democratico è ancora la norma condivisa.