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Le regole democratiche resistono solo se una cultura politica è disposta a difenderle. Tra gerrymandering, potere economico concentrato e resistenza civile, le Midterm mostrano quanto fragile diventi un sistema quando le norme vengono svuotate dall’interno

Gli Stati Uniti arrivano alle elezioni con la loro costituzione, i loro ideali, e le loro regole, beffeggiati e disattesi dal loro cittadino più potente. Quella stessa costituzione che era stata invocata come un prezioso baluardo durante la prima amministrazione Trump, oggi sembra vacillare sotto il peso politico dei giudici nominati proprio in quel periodo. Ogni giorno ci offre un nuovo esempio di come le regole e le leggi, anche quelle più tradizionalmente riverite, siano fondamentali, ma efficaci solo se sostenute da una cultura politica, da una volontà politica e da un impegno comune a vigilare su di esse e a farle rispettare.

Quando il potere incontra la resistenza

Sembrava che la decenza politica e il rispetto fossero ormai una reliquia del passato, soppiantati dalla legge del più forte. Eppure, qualcosa si è mosso, proprio quando il trionfo del cinismo e della forza bruta pareva compiuto. Il potere schiacciante del governo statunitense ha incontrato resistenza. Internamente, a Minneapolis. Esternamente, nel governo liberticida dell’Iran. Certo, il potere rimaneva schiacciante in linea di principio: i manifestanti di Minneapolis avrebbero potuto continuare ad essere uccisi e la minaccia di cancellare un’intera civiltà avrebbe potuto realizzarsi, sempre in linea di principio. E invece è bastato il coraggio nel primo caso, e la sensazione di non aver più nulla da perdere nel secondo, a chiamare il bluff del paese più potente del mondo, che scopre che la politica rimane un gioco sottile di alleanze e di minacce credibili. E anche di tabù, nonostante l’asticella di ciò che divide quello che è accettabile da quello che non lo è si sia spostata negli ultimi tempi. Non abbiamo ancora raggiunto il momento nel quale la più antica democrazia moderna può uccidere impunemente i suoi cittadini e le sue cittadine, o radere al suolo un intero paese.

Un crescente disagio sta emergendo fra i sostenitori di questa amministrazione. Quello di chi aveva sperato in un calo del costo astronomico della vita negli Stati Uniti, e quello di chi aveva sperato in un prestigio internazionale che invece sta diventando capitolazione a fronte di un’irresponsabile e infondata arroganza. Dopo mesi nei quali le promesse elettorali sono rimaste in gran parte disattese, l’evidenza nel portafoglio di chi ha votato per questa Amministrazione sta prendendo il posto della fiducia che le cose miglioreranno.

Le elezioni di metà mandato e i contrappesi

In molti a sinistra stanno già festeggiando una possibile vittoria Democratica nelle elezioni di metà mandato. Alla camera dei deputati, che si rinnova completamente ogni due anni, tutti i seggi saranno in teoria conquistabili da un partito o dall’altro. Al senato si rinnoveranno solo un terzo dei seggi, e nonostante la maggioranza di questi seggi siano oggi occupati da Repubblicani, la possibilità di un controllo Democratico del Senato è scarsa. Alla Camera la possibilità è maggiore. Avere anche solo una parte del parlamento a opporre resistenza potrebbe aiutare a rinvigorire il sistema di controlli incrociati previsto dalla costituzione americana.

Il nodo del gerrymandering

Ci sono però due pratiche antidemocratiche che potrebbero intromettersi in questo scenario auspicato dai Democratici. La prima è lo straordinario potere economico e tecnologico concentrato nelle mani di pochi individui che potrebbero esercitarlo, come è già successo, a favore di questa amministrazione. La seconda è la pratica di ridisegnare i collegi elettorali in modo da creare il risultato auspicato dalle maggioranze esistenti, il cosiddetto “gerrymandering.”

Alcune recenti decisioni della corte suprema hanno rinvigorito questa pratica, usata e abusata da ogni partito per più di duecento anni. In particolare, Louisiana v. Callais ha determinato, meno di due mesi fa, che è incostituzionale tenere conto della composizione razziale di alcuni distretti per garantire la rappresentanza delle minoranze afroamericane. Questo sta consentendo a molti stati del sud di ridisegnare i loro distretti in modo da diluire il potere elettorale di queste minoranze, che tradizionalmente votano per i Democratici, o da concentrarlo in meno distretti, una pratica nota come “cracking or packing”. Molti commentatori hanno visto in questi eventi il tentativo di smantellare il Voting Rights Act del 1965, per il quale avevano lottato in modi diversi Martin Luther King e Malcolm X, e che intendeva porre fine a 100 anni di impedimenti all’esercizio del voto per la popolazione afroamericana.

Alcuni stati tradizionalmente democratici, come la California, stanno rispondendo con le stesse pratiche per contrastare questa via antidemocratica ad una vittoria Repubblicana, ma la via rimane antidemocratica, qualsiasi partito la intraprenda.

La dignità della politica come risposta

E qui torniamo alla dignità della politica, alla cura delle regole, e alla resistenza al cinismo di chi le infrange, con le quali avevamo iniziato. Per molto tempo chi sosteneva questi valori è stato tacciato di “buonismo” e di ingenuità. Oggi vediamo la distruzione, ma anche l’inefficacia che hanno regalato al mondo i cinici e i “realisti”. Forse vale la pena riprovare con le regole e la dignità.

Giunia Gatta

GIUNIA GATTA

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche