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PURPOSE. Quando il senso dell’impresa smette di essere uno slogan

, di Barbara Orlando
Il 25 marzo Pact4Future entra nel cuore dell’economia. Tra Sala Buzzati e Aula Magna Bocconi, la parola chiave è una sola: purpose. Non come dichiarazione d’intenti, ma come criterio che regge alla prova dei numeri, delle regole e dei mercati. Dalla rendicontazione di sostenibilità agli unicorni italiani, fino al ruolo della scienza e del capitale, la domanda è netta: innovare per andare dove?

Nel pomeriggio, in Sala Buzzati al Corriere della Sera, il clima è meno celebrativo e più esigente. Il focus è chiaro: il purpose è sotto pressione. Le nuove regole europee sul reporting di sostenibilità hanno alzato l’asticella. Quello che fino a pochi anni fa era racconto oggi è accountability.

“Per decenni abbiamo pensato all’impresa come a uno strumento per massimizzare il profitto degli azionisti. Oggi quella visione non basta più”, osserva Annalisa Prencipe, KPMG Chair in Accounting all’Università Bocconi. “La sostenibilità è entrata nel cuore del purpose aziendale: non è una aggiunta cosmetica, ma una ridefinizione del ‘perché’ dell’impresa. Creare valore sì, ma in un ecosistema fatto di dipendenti, fornitori, clienti, territori, istituzioni”.

Il passaggio decisivo è la rendicontazione. “Non si tratta di pubblicare un documento a fine anno. Rendicontare significa misurare e misurarsi. Significa scegliere cosa è davvero rilevante, tradurre rischi e opportunità in obiettivi, i principi in indicatori, le dichiarazioni in piani operativi con ruoli e responsabilità chiare”. Quando gli indicatori ESG entrano nei sistemi di controllo e nei report pubblici, cambiano i comportamenti quotidiani, orientano le decisioni manageriali, incidono sulle scelte di investimento.

La trasparenza, sottolinea Prencipe, “crea accountability dentro e fuori l’impresa”. Rafforza la fiducia di investitori, banche, clienti, talenti. Ma espone anche a rischi concreti. “La reputazione è un’arma a doppio taglio: obiettivi mal calibrati o non sostenuti da azioni reali possono trasformarsi in un boomerang. La linea tra impegno credibile e greenwashing è sottile, e il mercato è sempre meno indulgente”.

Tra accountability e responsabilità legale

Il punto critico è proprio questo: dove finisce la rendicontazione credibile e dove inizia il greenwashing? Marco Ventoruzzo, professore ordinario di diritto commerciale in Bocconi, invita a distinguere tra piano manageriale e piano giuridico. “Quando il corporate purpose entra nello schema normativo, fatto di doveri e responsabilità, emergono difficoltà inevitabili: servono definizioni precise, parametri chiari, criteri di imputazione delle responsabilità”. Le formule ampie funzionano nei convegni, molto meno in tribunale. E di questo Ventoruzzo discute con Federica Calvetti (ESG Coordinator, Eurizon) e Damaso Zagaglia (Vice President - EMEA Sales, ISS Corporate).

In Europa, dove la sostenibilità è entrata stabilmente nel perimetro dell’informativa societaria con standard sempre più dettagliati, la sfida è anche organizzativa e culturale. Per le grandi imprese è un cambio strutturale; per le PMI può sembrare un costo oneroso. “Il rischio è che la rendicontazione venga vissuta come un adempimento burocratico imposto dall’alto. Ma può diventare uno strumento di governo: aiutare a strutturare i processi, dialogare meglio con banche e clienti, rafforzare la posizione nelle filiere internazionali”.

La questione, in fondo, resta culturale. “Se il purpose resta ancorato al breve termine e alla sola logica dello shareholder, la sostenibilità sarà sempre un esercizio formale. Se invece l’impresa assume davvero una prospettiva di lungo periodo e orientata agli stakeholder, allora la rendicontazione diventa parte della strategia. Non è il racconto di ciò che si fa. È il perimetro entro cui si decide di creare valore”.

Una seconda tavola rotonda mette a confronto Andrea Dossi, direttore dell’SRB Lab Bocconi, con i rappresentanti di Fairtrade, La Galvanina e Labomar. Il nodo è concreto: cosa cambia tra grande, media e piccola impresa? Le nuove regole non colpiscono tutti allo stesso modo, ma nessuno è davvero fuori dal perimetro. Per le PMI il reporting significa costi organizzativi, nuove competenze, ridefinizione dei processi. Ma significa anche accesso al credito, permanenza nelle filiere internazionali, reputazione.

Nel pomeriggio trova spazio anche la premiazione del Premio Bilancio di Sostenibilità promosso da Buone Notizie del Corriere della Sera, che da anni seleziona e valorizza le aziende capaci di trasformare la rendicontazione in uno strumento di trasparenza sostanziale e non formale. Un segnale preciso: la sostenibilità non è più un allegato al bilancio, è parte del bilancio.

Il messaggio che emerge non è accomodante: il purpose oggi costa. Ma l’assenza di purpose, o la sua gestione opportunistica, può costare molto di più.

Superinovazione: crescere, ma verso cosa?

La sera, in Aula Magna Bocconi, il discorso si sposta dall’obbligo alla direzione. Se nel pomeriggio il purpose è stato messo alla prova dei numeri, ora viene messo alla prova del futuro.

“Viviamo nell’epoca della superinnovazione»”, osserva Gianmario Verona, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi Professor of Innovation Management alla Bocconi. “Mai come oggi scienza, tecnologia e impresa hanno corso così velocemente. Eppure, proprio mentre acceleriamo, rischiamo di perdere la direzione”. Il paradosso è evidente: sappiamo fare quasi tutto, ma non sempre sappiamo perché lo facciamo.

Verona invita a “tornare a casa di Einstein”, non per celebrare un’icona ma per recuperare un metodo: immaginazione e rigore, creatività e responsabilità. Senza una bussola, l’intelligenza artificiale o le biotecnologie restano strumenti potentissimi; con una direzione, diventano leve di progresso umano.

Il confronto sugli “Unicorns with Purpose” – con Alberto Dalmasso (Satispay), Luca Ferrari (Bending Spoons) e Uljan Sharka (Domyn) – affronta il tema dal lato dei founder: si può crescere fino al miliardo di valutazione senza perdere coerenza? La crescita è solo scala o anche restituzione? Accanto a loro, Veronica Squinzi, Amministratore Delegato e Direttore dello Sviluppo Globale del Gruppo Mapei, riporta la prospettiva dell’impresa industriale e familiare che innova nel tempo lungo, dove il purpose non è una promessa da pitch ma una scelta che incide su cultura aziendale, investimenti e rapporto con il territorio. Matthias Notz, CEO e Managing Director del German Accelerator e CEO di Start2 Group, amplia lo sguardo all’ecosistema tedesco: il purpose come vantaggio competitivo costruito dall’interazione tra università, istituzioni, investitori e imprese.

La prospettiva del capitale arriva con Luciano Balbo (Oltre Impact): l’impact investing non è filantropia mascherata, ma un modo diverso di valutare rischio e rendimento. E la scienza, con Mauro Ferrari (University of Washington), ricorda che l’innovazione più radicale – dalle nanotecnologie alla medicina di frontiera – trova legittimazione solo quando migliora concretamente la vita delle persone.

Chiara Montanari, prima italiana a guidare una spedizione in Antartide, porta il purpose ai confini del mondo: in contesti estremi l’assenza di direzione non è un errore teorico, è un rischio operativo.

Tra mercato e responsabilità

A chiudere, la consapevolezza che il dibattito sul corporate purpose sta vivendo una fase meno entusiastica e più realista. Dopo anni di convergenza su obiettivi ESG sempre più ambiziosi, oggi emergono costi, difficoltà applicative e divergenze geopolitiche. In Europa l’entusiasmo regolatorio si misura con la complessità; negli Stati Uniti il tema è diventato terreno di scontro politico; in Asia si sperimentano approcci più vincolanti.

Il punto, però, resta intatto. “Solo ciò che ha una direzione può generare futuro”, ricorda Verona. E la direzione non è un’astrazione morale, ma una scelta strategica che tiene insieme crescita, impatto e responsabilità.

La giornata “Purpose” non si chiude con una sintesi rassicurante. Lascia una domanda aperta, ma non eludibile: in un’economia che può fare quasi tutto, che cosa vale davvero la pena fare?

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