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Il futuro per testamento: il lascito Beccalli

, di Barbara Orlando
Tre milioni di euro destinati all’Università Bocconi: due milioni all’endowment per sostenere esoneri e borse di studio in perpetuo e una quota per l’intitolazione di un’aula. Il gesto dell’Alumnus Carlo trasforma una storia personale in un investimento sul futuro

C’è una linea sottile ma potentissima che lega l’atto fondativo della Bocconi al gesto compiuto da Carlo Beccalli. Non è una questione di cifre – pure rilevanti – ma di intenzione: trasformare una storia personale in un investimento sul futuro.

Nel 1902 Ferdinando Bocconi decise di fondare l’università con una donazione. Fu un atto d’amore in memoria del figlio Luigi e, al contempo, un gesto di fiducia nel progresso e nella conoscenza come leva di sviluppo collettivo. Nel 1932 Ettore, figlio di Ferdinando e fratello di Luigi, che aveva guidato l’Università fino alla morte e non aveva eredi, lasciò all’Ateneo l’intero patrimonio familiare dei Bocconi. Quasi un secolo dopo, il lascito testamentario di Carlo Beccalli — circa 3 milioni di euro — si inserisce in questa stessa traiettoria, aggiornandola al presente.

Un lascito che genera nel tempo

Due milioni confluiranno nell’endowment dell’Ateneo e genereranno, a partire dall’anno accademico 2026/27, due nuove scholarship ogni anno, in perpetuo. È questo il punto decisivo: non un’erogazione una tantum, ma un meccanismo che continua a produrre opportunità nel tempo, aprendo l’accesso alla formazione a studenti di talento che altrimenti ne sarebbero esclusi o penalizzati. La restante parte del lascito sarà destinata all’intitolazione di un’aula di via Sarfatti 25, l’edificio storico che Beccalli aveva frequentato, lasciando una traccia visibile ma soprattutto funzionale alla vita quotidiana dell’università.

“Un lascito non è solo un atto di generosità, ma una scelta che consente all’università di programmare nel lungo periodo e di incidere davvero sul diritto allo studio”, osserva Antonella Carù, Prorettrice per lo Sviluppo e le Relazioni con gli Alumni. “Quando una donazione è destinata all’endowment, il suo impatto non si esaurisce: continua a produrre opportunità nel tempo”.

Una coerenza che attraversa una vita

Beccalli non era un filantropo occasionale. La sua storia personale racconta una coerenza tra professione, vita privata e impegno sociale. Commercialista per oltre settant’anni, ha sempre lavorato con discrezione e rigore, formando generazioni di giovani professionisti.

Ma è soprattutto nel modo in cui ha scelto di destinare le proprie risorse che si coglie il filo conduttore: insieme alla moglie Nuccia, con cui ha condiviso un’unione lunga e senza figli, aveva già dato vita alla Fondazione Aletti Beccalli Mosca, con l’obiettivo di offrire una residenza dignitosa e accogliente agli anziani autosufficienti.

Dal privato al bene collettivo

In quell’esperienza c’è già tutto: l’assenza di eredi diretti che diventa apertura verso la collettività, l’idea che il patrimonio abbia senso solo se rimesso in circolo, la volontà di costruire strutture che continuino a funzionare anche dopo la propria scomparsa. Il lascito alla Bocconi è la prosecuzione naturale di questa logica.

“I lasciti testamentari, soprattutto in un contesto come quello italiano, restano uno strumento ancora sottoutilizzato, spesso circondato da diffidenza o da una cultura filantropica poco strutturata”, sottolinea Carù. Eppure, rappresentano una delle forme più efficaci per sostenere istituzioni come le università. “Ad oggi sono 50 le studentesse e gli studenti che hanno beneficiato di questa forma di sostegno, che siamo impegnati a sviluppare. Molte persone pensano al lascito come a qualcosa che riguarda solo la sfera privata”, aggiunge Carù. “In realtà è uno degli strumenti più adatti a trasformare un patrimonio individuale in un bene collettivo e a decidere che cosa deve continuare dopo di noi”.

Un ponte tra biografia e istituzione

C’è anche un elemento meno evidente ma altrettanto importante: il lascito costruisce un ponte tra biografia individuale e missione istituzionale. Beccalli (21 settembre 1924 – 25 giugno 2024) è stato - come suo padre prima di lui - studente Bocconi (si è laureato nel 1947), ha attraversato la guerra e ha costruito la propria carriera professionale partendo da quella formazione. Tornare all’università, alla fine della vita, significa chiudere un cerchio ma anche riaprirlo per altri.

Come Ferdinando ed Ettore Bocconi, il gesto di Beccalli nasce da una dimensione personale che si traduce in un atto pubblico che riguarda molti. Entrambi trasformano la memoria in progetto.

Una scelta replicabile

La differenza, semmai, sta nel contesto: oggi la Bocconi è un’istituzione consolidata, capace di attrarre talenti,e risorse per sostenerli, a livello globale. “Ma proprio per questo”, conclude Erika Zancan, direttrice Alumni&Fundraising, “il ruolo dei donatori diventa ancora più strategico. Non si tratta solo di sostenere, ma di orientare, di rafforzare quella capacità di generare impatto che l’università ha costruito nel tempo. Il lascito di Carlo Beccalli dimostra che la filantropia non è un gesto straordinario riservato a pochi, ma una scelta possibile, concreta, replicabile. Non conta solo quanto si dona, ma come si decide di farlo. E soprattutto, a chi si affida il proprio futuro”