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Superinnovazione, la corsa che chiede una bussola

, di Gianmario Verona
Dalla rivoluzione di Alphafold all’intelligenza artificiale applicata alla difesa e alla finanza, la tecnologia accelera come mai prima. Ma potenza di calcolo, dati e algoritmi non bastano. Senza una direzione condivisa, l’innovazione rischia di smarrire il suo scopo e amplificare le disuguaglianze. La sfida non è fermare la corsa, ma darle un purpose

Viviamo nell’epoca della superinnovazione. A una capacità di calcolo esorbitante, oramai giunta alla frontiera dei computer quantistici, associamo piccoli e grandi dati prodotti in questi trent’anni da web e sensori di ogni genere, che possono essere elaborati con l’intelligenza di algoritmi predittivi e generativi di conoscenza. Computer potenti, dati precisi, algoritmi affidabili: un triangolo che alimenta la nostra capacità creativa, computazionale e decisionale.

Il triangolo della superinnovazione

E così riusciamo a fare cose letteralmente inimmaginabili fino a poco tempo fa. Tipo ottenere il ripiegamento di una proteina con un click di un software chiamato Alphafold e permettere ai ricercatori dell’industria biomedicale di ampliare enormemente la comprensione dei meccanismi di funzionamento di patologie e quindi di accelerare l’identificazione di soluzioni terapeutiche. Prima della creazione di Alphafold e dello spinoff prodotto da Google DeepMind che ha permesso di far vincere il premio Nobel per la Chimica 2024 a due computer scientists, un ricercatore di laboratorio impiegava mesi che sfociavano anche nell’intero anno per ottenere un ripiegamento proteico.

Gli esperti di settore raccontano che questo tipo di innovazioni impatterà drasticamente sulla riduzione dei tempi della scoperta di farmaci - la prima fase di ricerca di una soluzione terapeutica che andrà dall’intervallo 3-6 anni a soli 24 mesi. Soprattutto aumenterà significativamente la bontà della molecola prima della tortuosa fase clinica, riducendo il rischio di andare a testare composti inutili – si parla di una riduzione fino al 70% dei costi di sviluppo. Questa tecnologia si somma a tante altre che stanno dischiudendo le porte non solo alla medicina di precisione – già attiva in alcune specialità della medicina – ma anche alla prevenzione. Pensiamo allo straordinario beneficio per il nostro Sistema Sanitario Nazionale, in crisi per aver sempre più persone anziane (il 60% dei malati cronici sono persone oltre i 65 anni con un orizzonte di vita di 84 anni) e sempre meno finanziatori (con le spese ferma a un intorno del 6% del PIL da alcuni anni).

Accelerazione e smarrimento

Ma quanto vediamo nel campo biomedicale, vale anche nel campo energetico, nel campo dei materiali e in tutti i settori che trovano linfa nella produzione ed elaborazione di dati. Eppure, proprio mentre acceleriamo, rischiamo di perdere la direzione. È il paradosso di questi anni: siamo capaci di fare quasi tutto, ma non sempre sappiamo perché lo facciamo. Siamo ingranaggi di un sistema complesso.

Prendiamo il recente caso di Anthropic e del governo americano posto all’attenzione in coda alla cattura del presidente Maduro e dell’attacco all’Iran. In estrema sintesi, Dario Amodei, fondatore di Anthropic e creatore di Claude lamenta il non rispetto dei guardrail nell’impiego fatto dal dipartimento di difesa statunitense. Dipartimento che si attribuisce il diritto di impiegarlo per giusta causa una volta che Claude è stata impiegata nel più ampio sistema Palantir di Peter Thiel.

Negli stessi giorni, l’imprenditore Andrea Pignataro, salito alle cronache per essere nella classifica di Forbes la persona più facoltosa in Italia, evidenzia che l’impiego estremo dell’intelligenza artificiale metterà a rischio intere fasce di lavoro nei campi di grande elaborazione dei dati: dal coding alla consulenza, dal marketing alla finanza.

Non tutta la novità è innovazione

Mai come oggi scienza, tecnologia e impresa hanno corso così velocemente. Tecnologie generaliste come quelle citate hanno sempre generato cicli di crescita straordinari. Pensiamo a quanto accaduto con il motore a vapore, con l’elettricità, con internet. Ma hanno anche richiesto visione. Senza visione restano strumenti potenti, talvolta pericolosi.

Nel nostro tempo il rischio è confondere la novità con l’innovazione. Difatti non tutto ciò che è nuovo migliora davvero la vita delle persone. La vera innovazione è quella che aumenta la produttività, amplia le opportunità, crea valore condiviso.

Il purpose come bussola del futuro

In questo nuovo scenario il termine “purpose” diventa cruciale. Purpose non è uno slogan. È la bussola che consente di orientare la superinnovazione. Senza una direzione condivisa, l’intelligenza artificiale può amplificare disuguaglianze; con una direzione chiara può colmare carenze di competenze, aumentare la produttività, supportare la medicina personalizzata, accelerare la transizione energetica. Senza purpose, la competizione tecnologica diventa mera corsa geopolitica; con purpose, diventa leva di progresso umano.

Ma che significa purpose quando pensiamo all’innovazione?

Dare senso all’innovazione significa porre alcune domande semplici e radicali: quale problema stiamo risolvendo? Per chi? Con quali effetti nel lungo periodo? Significa integrare scienza e responsabilità, crescita economica e impatto sociale. Significa riconoscere che chi innova non è un genio solitario in un garage, ma il risultato di un ecosistema che unisce ricerca, impresa, istituzioni e cultura.

Siamo in un passaggio storico segnato da crisi climatiche, tensioni geopolitiche, trasformazioni demografiche. In tempi così, la tentazione è rallentare o chiudersi. Ma l’innovazione non aspetta. L’unica alternativa alla direzione è la deriva. E la deriva, nella competizione globale, si paga.

Occorre allora recuperare un principio essenziale: l’immaginazione deve essere guidata da un metodo e orientata da uno scopo. Solo ciò che ha una direzione può generare futuro. La superinnovazione è una straordinaria opportunità. Sta a noi decidere se sarà soltanto una corsa tecnologica o la leva per costruire un’economia capace di dare senso al domani.

Gianmario Verona

GIANMARIO VERONA

Università Bocconi
Dipartimento di Management e Tecnologia

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