PLANET. Abitare il limite, cambiare l’economia
Il pomeriggio parte da un punto scomodo: la crisi climatica non si risolve con qualche aggiustamento tecnico. “Per troppo tempo abbiamo trattato il capitale naturale – foreste, oceani, suoli, biodiversità – come uno sfondo della crescita, un input illimitato e senza prezzo”, osserva Valentina Bosetti, professoressa di Environmental and Climate Change Economics alla Bocconi. “Ignorarne il valore non è solo un errore morale: è una distorsione contabile che orienta male le nostre scelte e può trasformarsi in un errore storico”.
Il Pil, ricorda Bosetti, è uno strumento potente ma parziale. “È come guidare un’auto elettrica guardando solo il tachimetro e ignorando l’autonomia della batteria“. Possiamo crescere in velocità, senza accorgerci che stiamo consumando il capitale che rende possibile il viaggio. Il cambiamento climatico segna la fine dell’illusione che produzione e consumo possano procedere senza limiti.
La riflessione si intreccia con quella di Partha Dasgupta sul “prezzo della natura” e con l’urgenza di integrare il capitale naturale nei modelli economici. Non è un vezzo accademico: è una questione di sopravvivenza sistemica.
Le persone su un pianeta che cambia
Ma il clima non è solo un problema di indicatori. È una forza che sta già ridisegnando la distribuzione della popolazione sulla Terra. Raya Muttarak, demografa dell’Università Bocconi, lo mette in chiaro: temperature estreme, scarsità d’acqua, inondazioni incidono su salute, mezzi di sussistenza, scelte riproduttive e mobilità. E non colpiscono tutti allo stesso modo.
Vulnerabilità, istruzione e capitale umano fanno la differenza tra chi subisce e chi riesce ad adattarsi. Migrare non è mai una decisione monocausale: è l’esito di fattori climatici, economici, sociali e informativi intrecciati. Nei contesti più fragili, gli shock ambientali si sommano a sistemi già sotto pressione, trasformando il clima in moltiplicatore di instabilità.
Il panel che coinvolge Michael Joseph Puma (Columbia Climate School – Columbia University), Kamal Amakrane (Climate Envoy of the President of the UN General Assembly, Managing Director @UN GCCM) e Salvatore Sortino (Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) amplia lo sguardo: parlare di “migranti climatici” senza analizzare le condizioni strutturali rischia di semplificare un fenomeno che è molto più complesso – e politico.
Città al limite
Il cambiamento si vede soprattutto nelle città. Oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra è legato ai sistemi urbani, che sono anche i luoghi più vulnerabili a ondate di calore, alluvioni, pressioni abitative.
Edoardo Croci, direttore del SUR Lab Bocconi, ricorda che le città sono al tempo stesso responsabili e laboratorio di soluzione. “Le politiche climatiche, di mitigazione e adattamento, stanno orientando in modo sempre più strategico le scelte di pianificazione urbana nel medio-lungo periodo”. Energia, mobilità, edilizia, uso del suolo: tutto è in trasformazione.
La “città in 15 minuti”, le Climate City Missions europee, i Climate City Contract – come quello che coinvolge anche Milano – non sono slogan urbanistici, ma tentativi concreti di integrare ambiente, inclusione e sviluppo. La rigenerazione urbana può generare valore sociale misurabile, ma solo se pubblico e privato dialogano con trasparenza e indicatori credibili. È Crocidiquestone discuterà con Thomas Osdoba, Managing Director NetZeroCities, e Anna Lisa Boni, assessore del Comune di Bologna e già segretario Generale di Eurocities.
Accanto all’analisi tecnica, la voce di Andrea Pennacchi porta la dimensione umana: abitare un territorio che cambia significa anche sentirsi stranieri nei luoghi di sempre; e nella stessa linea si colloca l’intervento di Fatou Jeng (fondatrice di Clean Earth Gambia), che dai contesti più esposti alla crisi climatica mostra come l’adattamento possa diventare una scelta attiva, guidata da conoscenza e leadership giovanile.
Salute del pianeta, salute delle persone
La sera il discorso si ricompone. “Rigenerare il mondo” non è un titolo evocativo: è una proposta di metodo. Clima, energia, salute, economia sono parti di un unico sistema.
Bosetti torna su un punto chiave: misurare la salute del pianeta significa misurare la nostra capacità di futuro. Il costo umano della crisi climatica – richiamato dall’esperienza di Jagan Chapagain, CEO e Segretario generale della Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – rende evidente che non stiamo parlando di scenari lontani, ma di vite concrete.
La leadership rigenerativa, di cui discutono Paolo Taticchi e i protagonisti dell’innovazione sostenibile (Sharon Cittone, Founder e Ceo di Edible Planet Ventures, Roberto Carnicelli, Co-Founder & CEO, Eoliann, Eric Ezechieli, co founder Nativa), prova a superare la dicotomia tra profitto e impatto. Dal cibo ai dati climatici, nuove imprese sperimentano modelli in cui prevenzione, adattamento e competitività non sono alternative.
Abitare il limite
Il take away è netto: il limite non è una teoria. È una condizione materiale. “Abitare il limite non è una rinuncia, ma una forma di intelligenza collettiva”.
La serata si chiude intrecciando scienza, impresa e immaginario. Se la salute del pianeta coincide con quella delle persone, allora misurare il capitale naturale, ripensare le città e rafforzare la resilienza delle comunità non sono capitoli separati, ma parti di una stessa agenda. E accanto agli economisti e ai policy maker, c’è spazio per una nuova generazione di attivisti e innovatori: Carl Philip Dybwad, Chief Operating Officer di Climate Cardinals e Arctic Climate Youth Champion, richiama il ruolo della creatività e della mobilitazione giovanile nel tradurre dati scientifici e urgenza climatica in azione concreta.
La giornata Planet non chiude con un appello generico alla sostenibilità. Mette in discussione l’idea stessa di progresso. Se la salute del pianeta è la condizione della salute umana, allora economia, politica e cultura devono riallinearsi a questa evidenza.
La domanda finale non è se il cambiamento sia possibile. È se siamo disposti a farlo in tempo.