Non chiamateci figli dei fiori: stiamo parlando di economia
Sempre più spesso, a fine lezione, gli studenti mi chiedono: è davvero realistico pensare di risolvere la crisi climatica cambiando solo qualche ingranaggio del modello economico dominante?
La domanda nasce dall’osservazione di come il sistema – perfino in Europa, il laboratorio più avanzato di politiche ambientali e climatiche – si difenda quando il cambiamento tocca interessi strutturali e rendite consolidate. Vedono la forza degli incumbent legati ai combustibili fossili, la rapidità con cui l’intelligenza artificiale, priva di una governance condivisa, accresce la domanda di energia. E vedono l’erosione del multilateralismo e il riemergere dei geoconflitti indebolire proprio l’architettura di cooperazione su cui si fondano gli accordi climatici. In questo quadro, la lentezza delle decisioni collettive non è solo amministrativa: è sistemica.
È sufficiente “internalizzare le esternalità”, mettere un prezzo al carbonio, aggiustare gli incentivi? O il punto è più radicale: ripensare cosa intendiamo per crescita?
Per troppo tempo abbiamo trattato il capitale naturale – foreste, oceani, suoli, biodiversità – come uno sfondo della crescita, un input illimitato e senza prezzo. Ma la natura è un capitale vivo, da cui dipendiamo. Ignorarne il valore non è solo un errore morale: è una distorsione contabile che orienta male le nostre scelte e può trasformarsi in un errore storico.
Il Pil è uno strumento potente, ma non neutro. È come guidare un’auto elettrica guardando solo il tachimetro e ignorando l’autonomia della batteria. Possiamo accelerare e sentirci soddisfatti della velocità, senza accorgerci che stiamo consumando l’energia che rende possibile il viaggio. Se non includiamo l’erosione del capitale naturale nei conti, scambiamo la velocità per progresso e l’esaurimento per crescita.
Non basta aggiornare gli indicatori. La domanda è se un paradigma di crescita illimitata, corretto ai margini, sia compatibile con limiti biofisici stringenti. Il cambiamento climatico segna la fine di un’illusione: che produzione e consumo possano procedere senza confini e che siano l’unica misura del benessere. Il limite è una condizione materiale.
La questione non è solo ambientale. È culturale e politica. Riguarda la leadership d’impresa, il rapporto tra innovazione e responsabilità, la definizione stessa di prosperità. Se la salute del pianeta è la condizione della salute umana, clima, biodiversità, energia e coesione sociale sono parti dello stesso sistema.
Rigenerare non significa aggiungere una variabile verde a un modello invariato. Significa riconoscere che il modello deve evolvere. Che abitare il limite non è una rinuncia, ma una forma di intelligenza collettiva.
Forse la domanda non è se sia possibile farlo. È se siamo disposti a farlo in tempo.