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Clima e disuguaglianze: l’altra faccia della crisi europea

, di Raya Muttarak
Ondate di calore, alluvioni e siccità non colpiscono tutti allo stesso modo. Anche nei Paesi ad alto reddito, come l’Italia, vulnerabilità demografiche e divari socioeconomici amplificano gli effetti del cambiamento climatico. Tra mortalità, perdite economiche e nuove dinamiche migratorie, la sfida è costruire politiche capaci di ridurre le disuguaglianze e rafforzare la resilienza

Sebbene il cambiamento climatico venga spesso discusso in termini di impatti sproporzionati tra il Sud globale e il Nord globale, le disuguaglianze nella vulnerabilità climatica esistono anche all’interno dei singoli Paesi. Diversi gruppi di popolazione e diverse aree geografiche sperimentano gli impatti climatici in modi molto differenti. Anche i Paesi europei ad alto reddito non sono immuni al cambiamento climatico. Per esempio, si stima che il caldo record dell’estate 2024 abbia causato oltre 62.775 morti in Europa, con l’Italia che ha registrato la più alta mortalità legata al caldo — 19.038 decessi — rispetto ai 6.743 della Spagna, il secondo Paese più colpito quell’estate (Janoš et al. 2025). L’elevata mortalità da caldo in Italia riflette probabilmente una combinazione di fattori interconnessi: la sua posizione nell’hotspot climatico del Mediterraneo, che si sta riscaldando più rapidamente rispetto ad altre parti d’Europa; l’ampia quota di popolazione anziana; le aree urbane densamente popolate; e un patrimonio edilizio datato, con limitato isolamento e ventilazione.

Le popolazioni anziane sono particolarmente vulnerabili alle temperature estreme, ma la mortalità legata al caldo è anche strettamente connessa alle disuguaglianze socioeconomiche. Le persone a basso reddito spesso hanno difficoltà ad accedere ad abitazioni adeguate e possono vivere in case sovraffollate o scarsamente ventilate, che offrono poca protezione dal caldo estremo. Poiché le ondate di calore in Europa stanno diventando più intense, lunghe e frequenti, risposte efficaci richiedono non solo il rafforzamento dei sistemi sanitari per far fronte all’aumento dei ricoveri, ma anche la garanzia che le campagne di salute pubblica, i centri di raffrescamento e gli spazi verdi urbani raggiungano i gruppi più vulnerabili.

Non solo caldo: i costi economici della crisi climatica

Le ondate di calore non sono le uniche conseguenze visibili del cambiamento climatico in Europa. Eventi recenti — tra cui il ciclone Harry in Sicilia all’inizio del 2026, le alluvioni a Valencia, in Spagna, alla fine del 2025, e le persistenti siccità in tutta la regione mediterranea — sono stati tutti collegati al cambiamento climatico di origine antropica. Questi impatti vanno ben oltre la mortalità, sconvolgendo i mezzi di sussistenza e generando ingenti perdite economiche. Tra il 1980 e il 2024, si stima che i danni economici derivanti da eventi meteorologici e climatici estremi nell’Unione europea abbiano raggiunto 822 miliardi di euro (a prezzi 2024), con le alluvioni responsabili del 47% delle perdite totali. Le regioni dell’Europa meridionale — in particolare in Spagna, Italia, Portogallo, Grecia e Francia meridionale — sono state particolarmente colpite. Si prevede che la sola Italia registrerà perdite per 11,9 miliardi di euro nel 2025, in aumento fino a 34,2 miliardi entro il 2029 (Usman et al. 2025).

Divari territoriali e migrazioni interne

All’interno dell’Italia, le differenze socioeconomiche strutturali contribuiscono a una vulnerabilità diseguale. Le regioni meridionali sono caratterizzate da tassi di disoccupazione più elevati, livelli di istruzione più bassi e storicamente minori investimenti economici, creando disparità territoriali nella vulnerabilità sociale e nella capacità di adattamento (Frigerio et al. 2018). Queste disuguaglianze influenzano il modo in cui le comunità reagiscono quando si verificano rischi climatici. Le opportunità economiche, la qualità delle infrastrutture e l’accesso alle risorse incidono sulla possibilità di adattarsi localmente oppure di ricorrere alla migrazione come strategia per far fronte allo stress ambientale.

In effetti, una mia recente ricerca mostra che la migrazione indotta dal clima non riguarda solo i Paesi a basso e medio reddito, ma è osservabile anche in contesti ad alto reddito come l’Italia. Lo studio rileva che le province colpite dalla siccità tendono a registrare una maggiore emigrazione nell’anno successivo (Karabulutoğlu et al. 2026). I soggetti più propensi a migrare sono gli uomini nati all’estero, seguiti dalle donne nate all’estero, con tassi di migrazione superiori a quelli dei cittadini italiani. Tuttavia, la migrazione legata alla siccità non si verifica in modo uniforme tra le regioni. Si concentra invece nelle province a reddito medio. Non si osservano dinamiche analoghe nelle regioni più povere né in quelle più ricche. Ciò probabilmente riflette differenze nelle risorse disponibili: le famiglie nelle aree più svantaggiate possono non disporre dei mezzi finanziari o sociali per trasferirsi, mentre quelle nelle regioni più ricche possono avere una maggiore capacità di adattarsi localmente o fare affidamento su settori economici meno sensibili alle condizioni climatiche. Questi risultati suggeriscono che, con l’intensificarsi del cambiamento climatico, la migrazione legata allo stress ambientale potrebbe diventare una questione politica sempre più rilevante anche nei Paesi ad alto reddito. Affrontare queste sfide richiede politiche coordinate che combinino adattamento climatico, sviluppo regionale e gestione delle migrazioni.

Affrontare le radici delle disuguaglianze climatiche

Infine, comprendere le cause profonde delle disuguaglianze climatiche richiede di esaminare come le caratteristiche demografiche e socioeconomiche interagiscano nel determinare la vulnerabilità. Il genere offre un esempio utile. Promuovere l’uguaglianza di genere ha un valore intrinseco, ma svolge anche un ruolo cruciale nella riduzione della vulnerabilità climatica. Garantire pari accesso all’istruzione, alle opportunità economiche, all’assistenza sanitaria, alla partecipazione politica e alla tecnologia rafforza la resilienza dell’intera comunità. Tuttavia, le politiche dovrebbero concentrarsi sulle condizioni strutturali alla base della vulnerabilità, piuttosto che attribuire il rischio a una singola categoria sociale. Se le donne sono più vulnerabili agli impatti climatici perché in alcuni Paesi non hanno diritti di proprietà fondiaria, sono essenziali riforme giuridiche che garantiscano pari diritti. Ma se la vulnerabilità deriva dalla povertà o da limitate opportunità economiche, allora gli interventi politici dovrebbero affrontare tali disuguaglianze più ampie, a beneficio di tutti i gruppi svantaggiati.

Politiche climatiche efficaci devono dunque andare oltre categorizzazioni ristrette e adottare un approccio olistico alla vulnerabilità, riconoscendo che i rischi climatici emergono dall’interazione tra fattori demografici, sociali ed economici. Con l’accelerazione del cambiamento climatico, comprendere queste disuguaglianze stratificate sarà fondamentale per progettare politiche capaci di proteggere le popolazioni vulnerabili e rafforzare la capacità delle società di adattarsi.

RAYA MUTTARAK

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche

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