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Invecchiare senza rete

, di Asya Bellia
Un Paese sempre più anziano e un sistema frammentato: in Italia la cura resta sulle famiglie e lascia scoperte proprio le persone più fragili

L’invecchiamento demografico caratterizza tutta l’Europa ed è accompagnato da un’aspettativa di vita crescente (si vive più a lungo) e da una riduzione della fertilità. L’Italia è il paese europeo con la popolazione più anziana: metà della popolazione italiana supera i 48 anni. Inoltre, nel 2050 un italiano su cinque avrà 75 anni o più. E l’invecchiamento della popolazione si accompagna ad un crescente bisogno di long term care.

Un sistema frammentato che scarica il peso sulle famiglie

Lo strumento principale per soddisfare il bisogno di long term care in Italia è l’indennità di accompagnamento, una somma erogata dall’Inps a persone con disabilità gravi, indipendentemente dall’età e dal reddito percepito. Per il 2026, l’importo dell’indennità di accompagnamento è di 551,53 euro mensili. La responsabilità di stabilire e garantire i livelli essenziali di assistenza sanitaria, inclusa l’assistenza domiciliare o in casa di riposo, spetta alle Regioni o, a seconda dei casi, ai Comuni. Il sistema di long term care italiano, quindi, è frammentato e incoerente, con forti disuguaglianze regionali. Ad oggi, il fabbisogno di long term care è soddisfatto principalmente dal lavoro non pagato di caregiver familiari, e da un’economia sommersa di assistenti non specializzate, spesso donne migranti. Al contrario, la spesa complessiva per l’assicurazione long term care è ancora marginale (rappresenta l’1,7% del PIL) e privata.

In un lavoro di ricerca insieme ad alcuni coautori, dal titolo Long term care in Italy: coping with frailty and dependence, ci siamo chiesti quali caratteristiche siano associate a un maggior rischio di fragilità, come si possa “ritardare” il passaggio allo stato di fragilità e in che misura sia soddisfatto l’attuale bisogno di long term care.

La fragilità segue età, istruzione e territorio

Definiamo “fragile” una persona che ha delle limitazioni in almeno quattro attività della vita quotidiana. La probabilità di essere in una condizione di fragilità è maggiore tra le donne e cresce con l’età. Inoltre, le persone che hanno conseguito un diploma hanno minore probabilità di essere fragili e lo stesso può dirsi per chi ha un partner. La probabilità di essere fragile è maggiore nel Centro, e specialmente nel Sud Italia, rispetto al Nord.

Il maggior rischio di fragilità tra le donne può essere spiegato da fattori biologici: con l’arrivo della menopausa aumenta la probabilità di sviluppare l’osteoporosi, con conseguente riduzione della densità ossea. D’altra parte, non sorprende che la probabilità di essere fragili aumenti con l’età. Il livello di istruzione è correlato con la condizione socio-economica: chi ha un’istruzione più alta probabilmente ha maggiori risorse a disposizione, e può permettersi migliori cure mediche. Le disparità geografiche possono essere spiegate dal fatto che la sanità è di competenza regionale, mentre si può ipotizzare che i partner svolgano attività di cura all’interno della coppia, proteggendosi a vicenda dal rischio di diventare fragili.

Ne consegue che una persona single di 75 anni che vive nel Sud Italia, per esempio, ha una probabilità tripla di essere fragile rispetto ad una che vive in coppia nel Nord-Ovest (13% vs 4%). Questo divario cresce all’aumentare dell’età.

Chi ha più bisogno è spesso il meno coperto

Inoltre, i bisogni delle persone fragili non sono interamente coperti dai servizi pubblici: più della metà delle persone fragili che hanno 70 anni o più non hanno accesso né alla long term care, né all’indennità di accompagnamento. Quindi, sono proprio le persone più vulnerabili tra quelle fragili ad avere un minore supporto.

Ripensare la cura: prevenzione, servizi e integrazione

Da queste evidenze si possono trarre alcune indicazioni di policy. Innanzitutto, si dovrebbero istituire sistemi di monitoraggio completi, capaci di cogliere l’evoluzione dei bisogni e delle preferenze degli individui con limitazioni nelle attività della vita quotidiana (inclusi quelli che non sono fragili). In secondo luogo, bisognerebbe ampliare l’assistenza sanitaria preventiva e dei servizi personalizzati a domicilio, focalizzati sul supporto nelle attività di cura della persona e della casa.

Inoltre, sinergie tra settore pubblico e settore privato (es. meccanismi di sostegno pubblico per facilitare l’accesso a prodotti assicurativi privati per long term care) — potrebbero garantire un accesso più ampio a cure di alta qualità e migliorare ulteriormente la capacità di coprire il fabbisogno di long term care.

ASYA BELLIA

Università Bocconi