La nuova forma della crisi costituzionale globale
Il colpo di Stato rappresenta oggi non soltanto un evento di rottura dell’ordine costituzionale, ma sempre più spesso un dispositivo strutturale di riorganizzazione del potere. Esso non si manifesta necessariamente come sospensione palese della legalità, bensì come sua funzionalizzazione selettiva: il diritto continua a esistere come linguaggio e come forma, ma viene progressivamente svuotato della sua normatività sostanziale.
L’Africa come laboratorio della crisi costituzionale
Il continente africano costituisce un osservatorio privilegiato di questa metamorfosi. Negli ultimi anni, la recrudescenza dei colpi di Stato – in particolare nell’area francofona – ha mostrato come la rottura costituzionale non sia un episodio isolato, bensì una dinamica quasi permanente, alimentata da fragilità statuali, sequestro del potere e interferenze geopolitiche. I recenti golpe africani, pur nella loro eterogeneità, riflettono la persistenza di condizioni strutturali che rendono i sistemi politici africani vulnerabili alle fratture istituzionali: debolezze nella governabilità democratica, economie fragili, disuguaglianze profonde e talvolta l’incapacità delle élite politiche di mediare conflitti interni senza ricorrere alla forza. Il tentativo di golpe in Benin nel 2025 dimostra come anche Paesi con storie istituzionali relativamente stabili possano essere investiti da crisi improvvise della legittimità costituzionale.
Per quanto coniata per indicare altro, l’espressione “colpo di Stato permanente” descrive efficacemente contesti nei quali l’eccezione tende a normalizzarsi e la Costituzione sopravvive come involucro formale, mentre l’effettività del potere segue traiettorie autonome.
Le nuove forme del golpe: tra diritto e forza
In tale prospettiva, il colpo di Stato non coincide più necessariamente con la caduta violenta di un governo. Esso può assumere forme civili, ibridarsi con revisioni costituzionali opportunistiche, o intrecciarsi con la privatizzazione della coercizione, attraverso il ricorso a società militari e di sicurezza private, che erodono il monopolio statale della forza.
La dimensione del fenomeno è ormai globale: nessun colpo di Stato è completamente endogeno nella sua genesi o nel suo consolidamento.
Venezuela e Iran: il confine sfumato del regime change
Questa dimensione globale emerge con forza anche nei tentativi di cambio di regime che, con diverso successo, hanno interessato il Venezuela e l’Iran. In Venezuela la crisi politico-istituzionale degli ultimi anni ha prodotto una pluralità di episodi – tra ammutinamenti, tentativi insurrezionali e pressioni esterne – che hanno messo in discussione la legittimità del governo in carica. Più che un classico golpe militare, il caso venezuelano mostra una tensione costante tra legalità formale e contestazione dell’effettività del potere. Il linguaggio del “regime change”, spesso evocato nel dibattito internazionale, segnala come il confine tra colpo di Stato interno e intervento esterno si faccia sempre più poroso.
Analoga ambivalenza si riscontra nel caso iraniano. Le ondate di protesta che si sono susseguite negli ultimi anni, pur non configurandosi come colpi di Stato in senso tecnico, hanno sollevato interrogativi sulla stabilità del regime e sulla possibilità di una sua trasformazione radicale. Anche qui la dialettica tra sovranità, effettività e legalità appare centrale: la sopravvivenza dell’ordinamento non dipende esclusivamente dal rispetto delle forme costituzionali, ma dalla capacità del potere di mantenere controllo sociale e territoriale.
Oltre la legalità formale: la crisi del costituzionalismo
Ciò che accomuna questi contesti – africani, latinoamericani e mediorientali – è la progressiva dissociazione tra Costituzione e sovranità effettiva. Il colpo di Stato non si presenta più come il “fuori” della Costituzione, ma come una modalità di governo che opera formalmente dentro il diritto, piegandone le categorie fondamentali: emergenza, sicurezza, riforma costituzionale, difesa della sovranità. In tale scenario, la difesa del costituzionalismo non può limitarsi alla verifica della correttezza procedurale, ma deve interrogare le condizioni materiali dell’effettività del diritto.
Il colpo di Stato, lungi dall’essere un’anomalia confinata a contesti periferici, si rivela così uno dei punti di crisi strutturale del costituzionalismo contemporaneo. Comprenderne le nuove forme significa riconoscere che la frattura costituzionale non si consuma più soltanto nell’atto violento della presa del potere, ma può articolarsi in processi graduali di erosione, nei quali la legalità sopravvive come forma, mentre la sovranità si riconfigura lungo linee geopolitiche e materiali sempre più complesse.