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La storia contro le semplificazioni del presente

, di Andrea Colli
Una riflessione sul valore della conoscenza storica nell’epoca dell’intelligenza artificiale, tra memoria, complessità e comprensione dell’attualità. È quella espressa dallo storico Andrea Colli durante l’evento in memoria di Marzio Romani

Il testo che segue è tratto dall’intervento “La saggezza della storia, le sfide per lo storico” tenuto da Andrea Colli, docente del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, durante La memoria del domani, l’evento promosso lo scorso 26 maggio dall’Istituto Javotte Bocconi per ricordare Marzio Romani, scomparso un anno fa. 

 

I perché della storia sono molteplici, alcuni più "innocenti", altri meno. 

I cronisti medievali si proponevano di lasciare ai posteri un elenco accurato dei fatti salienti, preservandone la memoria. Tuttavia, la memoria del passato è per natura selettiva. Consapevoli di questa frammentazione infinita del tempo, i cronisti si sforzavano di essere completi e analitici, senza mai riuscirvi pienamente.

Se tuttavia la selettività non è guidata dal metodo ma lasciata libera, si rischia di cadere nel racconto elegiaco: esaltare virtù, dimenticare fallimenti e lati oscuri, operare vere distorsioni della realtà, spesso a fini politici. Nel mio mestiere di storico d'impresa, ho osservato frequentemente storie scritte come mere cronologie o come narrazioni enfaticamente apologetiche.

Per moderare questa tendenza alla soggettività, lo storico ha a disposizione un metodo rigoroso, fondato sull'uso ampio e critico delle fonti, senza occultarne alcuna. Purtroppo, questo metodo non è sempre seguito con il necessario rigore, nonostante ampie disponibilità archivistiche. Tuttavia, perseguendo il metodo dello storico si esercita il pensiero critico.

Guardo al futuro con preoccupazione: gli storici affronteranno una massa crescente di informazioni rese disponibili dall'innovazione tecnologica e dall'intelligenza artificiale, oltre alla difficoltà di gestire informazioni artatamente modificate. Da storico, osservo con inquietudine la sostituzione della parola scritta con strumenti oggi prevalenti: e-mail, WhatsApp, Facebook, Instagram, LinkedIn. Una sovrabbondanza di informazioni destinate a dissolversi in un enorme Leviatano come il web, dove nessuno storico potrà muoversi con la facilità degli archivi polverosi ma essenziali.

La lezione di Platone

Per spiegare meglio quella che considero la natura della storia, ricorro a Platone. Nel dialogo che ha come protagonista il grande statista ateniese, Solone, un sacerdote egiziano rivela una verità profonda: i Greci sarebbero "bambini" perché non conservano conoscenza del passato attraverso la tradizione. Gli Egiziani, invece, trascrivono e preservano ogni vicenda gloriosa, importante o notevole. I Greci, come tutti i popoli, scoprono la scrittura, poi periodicamente "cade dal cielo una maledizione" e devono ricominciare da capo, perché dimenticano il passato.

Questo insegnamento rimane centrale: il possesso del "senso della storia" e della sua conoscenza è l'attributo fondamentale dell'uomo "saggio". Tale saggezza consiste nel non considerare sempre ogni cosa "nuova" come farebbe un bambino, ma come eco di un passato che costantemente getta le sue ombre sul presente, condizionandone pesantemente la struttura.

Le virtù della saggezza storica

Da questa consapevolezza discendono virtù essenziali che spiegano il fascino e l'indispensabilità della storia:

1. Consapevolezza del presente: Come insegno nel corso undergraduate di Global History, comprendere l'odierno approccio cinese alle relazioni con l'Occidente richiede conoscenza del "secolo di umiliazione"—l'antico impero che soccombette alla globalizzazione ottocentesca, alle guerre dell'oppio, alla rivolta dei Boxer, fino al ritorno all'autodeterminazione con la rivoluzione del 1949. Sono ferite che non si rimarginano. La storia serve a comprendere il presente, insomma.

2. Pensiero critico: La saggezza storica mette in discussione teorie lineari sul comportamento umano e economico. La storia del fulmineo sviluppo delle Tigri Asiatiche negli anni Cinquanta-Settanta confuta l'idea successiva di un legame indissolubile tra sviluppo economico e capitalismo democratico.

3. Scala flessibile: La storia è l'unica disciplina sociale capace di aggregare fenomeni fino all'infinitamente grande (storie globali e millenarie del capitalismo, ad esempio) e disaggregare fino all'infinitamente piccolo, mantenendo forza educativa. Penso a Manocchio, il mugnaio di Carlo Ginzburg in "Il formaggio e i vermi", attraverso cui ritorna viva la realtà umana, filosofica ed economica delle classi subalterne del XVI secolo. A differenza dell'economia, la storia non riduce l'individuo a fatto stilizzato; a differenza della sociologia, riconosce non solo il condizionamento dal contesto, ma anche la capacità di sovvertirne il corso.

4. Umiltà: Non dobbiamo ritenerci sempre posteri migliori degli antenati. Come dice Mark Twain, "la storia non si ripete ma fa rima". Dinamiche, comportamenti e processi nei quali siamo immersi nel presente si sono già verificati analogamente nel passato. Il periodo drammatico attuale rimanda al tardo Ottocento (tensioni tra imperi, Germania e Inghilterra) e al periodo tra le due guerre, caratterizzato da multipolarità incontrollata e reciproco sospetto.

5. Rifiuto della semplificazione: La storia rifugge la semplificazione e raramente fa modelli. Ama invece le complicazioni e le confutazioni basate sulla contestualizzazione degli avvenimenti, essenza del pensiero critico. La storia è ossessionata dal contesto, dal momento specifico in cui fenomeni prendono forma, risultando irripetibili. Chiedo sempre ai miei studenti di sviluppare una "historical sensibility": considerare la storia non come ammasso di narrazioni del passato, ma come strumento euristico capace di accrescere la conoscenza del presente.

Conclusione

Col progredire degli anni, vedo sempre più la storia come disciplina socratica, dove la saggezza della conoscenza non è incardinata in assunti incrollabili, ma nella continua e cangiante varietà del reale.

ANDREA COLLI

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche