Senza finanza la transizione resta sulla carta
Il ruolo delle istituzioni finanziarie nel grande percorso di transizione energetica e in quello ancora più grande di lotta al cambiamento climatico? Fondamentale, in quanto è proprio attraverso le istituzioni finanziarie – banche, assicurazioni, asset manager e asset owner – che si gioca la partita degli investimenti per finanziare i progetti e coprire i rischi. Investimenti che, sottolinea Valerio Micale, associate director della sede londinese di Climate Policy Initiative (CPI) e diplomato al Master Bocconi in economia e management dell’ambiente (Mema), dovranno necessariamente moltiplicarsi a livello globale, se si vuole che gli impegni di Parigi siano rispettati. Una crescita di quasi il doppio quelli in generale legati allo sviluppo delle rinnovabili e di quattro volte quelli specificatamente legati allo stoccaggio (batterie) e alle reti energetiche.
A che punto sono gli investimenti in soluzioni climatiche e qual è il trend?
Gli investimenti per la transizione hanno raggiunto quasi 2.000 miliardi di dollari nel 2023 tra mitigazione e adattamento: c’è quindi un divario ancora notevole rispetto ai 6.000 miliardi (e più) di investimenti che sono necessari entro il 2030, tuttavia se i ritmi di crescita attuali si manterranno, i flussi annuali potranno raggiungere quel livello. Rispetto a 1.800 miliardi di investimento per la mitigazione climatica, la transizione energetica contribuisce per il 45%, circa 800 miliardi di dollari (il 75% ovvero 1.400 miliardi se si considera anche il settore trasporti).
Il settore energetico gioca un ruolo centrale nella transizione verso un’economia più verde?
Certamente. Nel 2022 la produzione di elettricità e calore ha rappresentato circa il 44% delle emissioni globali di CO2 legate all’energia, secondo l'Agenzia internazionale per l'energia. La sfida della transizione energetica può generare anche effetti di ricaduta positivi sull'intera decarbonizzazione e transizione a un'economia allineata con Net Zero. I dati mostrano che al momento i progressi nell'investimento della transizione energetica sono soprattutto stati trainati da investimenti privati nelle energie rinnovabili.
Riguardo ai flussi finanziari, dove si concentrano le maggiori lacune?
I gap riguardano l'efficienza energetica dell'industria, per via di alcune barriere resistenti all'investimento e poi, in termini assoluti, gli investimenti in rinnovabili, che da 800 miliardi dovranno salire a 1.300 in futuro. C'è la necessità ovviamente di colmare il gap soprattutto su reti elettriche e battery storage, dove gli attuali livelli di investimento devono quadruplicare.
Altro gap importante, che rivela un po’ l’altro lato della medaglia della transizione energetica, è il fatto che si continua a investire in nuova capacità di generazione da combustibili fossili. Ancora oggi almeno 180 miliardi di dollari all’anno vengono ancora investiti in nuovi progetti di espansione dei combustibili fossili. Questo è un aspetto del quale si parla meno, ma che è molto importante.
Nei Paesi emergenti, il costo del capitale resta elevato. Come accelerare la transizione in queste economie?
È importante attrarre capitali internazionali per evitare che si investa in nuovi impianti energetici fossili e che questa situazione permanga poi a lungo (“lock-in”). Servono investitori dai paesi sviluppati. In particolare, è importante il ruolo degli investitori istituzionali, che però devono bilanciare la gestione del rischio (in paesi percepiti come rischiosi) con i rendimenti di lungo periodo. In questo possono venire in aiuto banche di sviluppo multilaterali ma anche fondi climatici per accelerare gli investimenti e favorire forme innovative di blended finance, finanza mista in cui il capitale pubblico assume una posizione subordinata rispetto al capitale privato, ammortizzando così i rischi sugli investimenti e attirando il capitale privato stesso. Soluzioni di questo genere includono fondi di green bond, ma anche fondi di debit ed equity.
E la politica che contributo può dare?
Il ruolo chiave nel mobilitare le istituzioni finanziarie. Là dove, come nell’Unione europea, c’è regolamentazione sulla finanza sostenibile e cis ono obiettivi climatici sanciti per legge, emergono istituzioni finanziarie con performance migliori su molteplici indicatori della transizione verde. Rispetto ad altre aree del pianeta, come gli Usa, dove anzi è forte l’antagonismo alle politiche Net Zero.