Il multitasking non è un superpotere
Il multitasking non deve essere un vincolo per nessuno, tantomeno per le donne che lavorano, secondo Milvia Sica, head of HR Barclays Europe & EME. Coltivare il proprio percorso professionale, seguire la famiglia (genitori compresi) e in contemporanea non rinunciare a una dimensione più personale non è facile. Per renderlo possibile, ci dev’essere l’opportunità di alzare la mano e dire: ho bisogno di un diverso equilibrio tra carichi di lavoro e impegni familiari. Ecco cosa dice l’alumna dell’Università Bocconi laureata in Economia Aziendale, oggi manager con 30 anni di esperienze nel settore finanziario di banche internazionali:
Che cosa è il multitasking?
Uno dei lati più frequenti della vita quotidiana odierna è dover fare più cose insieme, il multitasking, e uno dei lati meno illuminati del multitasking è che non si riesce, spesso, a rendersi conto di essere così indaffarati. I ritmi frenetici prevalgono. Se pure ci sono supporti nel luogo di lavoro, si finisce per non farsene nulla. Io stessa ho capito a posteriori che ero così impegnata da un nuovo ruolo aziendale e da un momento delicato a casa che non mi sono nemmeno resa conto degli aiuti che c’erano ed erano già a mia disposizione. Il multitasking, specialmente per le donne, può diventare motivo di orgoglio, nel senso di galvanizzarsi nel riuscire a saper fare tutto, quando in realtà facendo tutto non ci si dedica pienamente a nulla. Non si riesce a dare il meglio di sé, né in famiglia né in ufficio. Non bisogna andare fieri di viaggiare sempre a mille.
Tuttavia non è nemmeno facile alzare la mano per chiedere, in azienda, un nuovo equilibrio famiglia-lavoro…
Ma non alzare la mano è una visione miope, che non guarda a tutto il potenziale che ogni lavoratrice può esprimere con una diversa organizzazione della giornata. Il tema è che ogni dipendente, in particolare le donne che spesso si occupano anche della gestione domestica, deve sempre poter avere il modo e le occasioni per manifestare il proprio malessere. È vero, non tutte le aziende attivano politiche a sostegno e ci sono anche quelle in un limbo con programmi e progetti più o meno dichiarati, più o meno implementati. Non si tratta solamente di ragionare su part-time sì part-time no o sul lavoro da remoto bensì di promuovere la cultura dello “speak up” affinché ciascuno possa lavorare con la flessibilità e la tranquillità necessaria per offrire il meglio di sé e riuscire a portare a casa i risultati aziendali attesi, specialmente nei momenti delicati di una trasformazione aziendale o durante l’implementazione di un progetto molto impegnativo.
Operativamente, come si coltiva la cultura dello “speak up”?
L’obiettivo è di creare degli strumenti e delle procedure che mettano nelle condizioni concrete e agevoli di alzare la mano. Nelle aziende più internazionali e strutturate, queste procedure ci sono già da anni. Poter lavorare presso queste realtà conferma, peraltro, l’importanza dei titoli accademici conseguiti perché questi ultimi contribuiscono all’accesso, almeno in fase iniziale, a questo tipo di aziende. In ogni modo, esiste una varietà di strumenti attivabili, spaziando dai canali di raising concern per esprimere liberamente le proprie preoccupazioni fino a quelli di engagement&surveillance, alla base d’indagini sul clima lavorativo, che consentono di far emergere problematiche e di confrontarsi su approcci e soluzioni per migliorare l’equilibrio tra vita personale e professionale.
Insomma, ci sono mille sfumature di aziende ma non mancano gli strumenti adatti a ogni situazione?
Esatto. Per fare un ulteriore esempio, c’è anche l’opportunità di utilizzare “skip level” meeting tra un team e il responsabile di livello superiore a quello immediatamente diretto per dare più libertà di discussione. Detto questo, si dovrebbe iniziare proprio incoraggiando il dialogo tra un dipendente e il suo responsabile diretto, visto che il benessere aziendale è ormai considerato non solo una tematica di HR quanto piuttosto un fattore di coesione e buon funzionamento del team.