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Ripartire è il vero vantaggio competitivo

, di Camillo Papini
Diyala D’Aveni, CEO and Managing Partner of Vento and a Bocconi alumna, explains why failure is the norm with venture capital and startups: what matters is the ability to execute and perform better after setbacks

Il fallimento è un concetto e un vissuto molto familiari per Diyala D’Aveni. È la base del suo lavoro, è l’alto rischio intrinseco del venture capital, dove in media il 60% degli investimenti non renderanno nulla ma solo uno-due progetti possono ripagare l’intero portfolio. Tuttavia, D’Aveni preferisce parlare di cultura della ripartenza e non di cultura del fallimento, almeno secondo la sua esperienza di ceo e managing partner di Vento, venture capital sostenuto da Exor, specializzato nelle fasi di pre-seed e seed, sostenendo startup che hanno un loro valore complessivo di circa 3 miliardi di euro. Vento supporta oltre 160 startup e D’Aveni mette in rampa di lancio 86 deal attesi per quest’anno. La manager laureata all’Università Bocconi (triennale in Economics and Social Sciences, magistrale in Economics and Management of Public Administrations and International Institutions) sa già che eventuali futuri insuccessi si scontreranno con “la cultura generalizzata che celebra il successo. Ma bisogna ricordarsi che, di frequente, i migliori nuovi progetti nascono proprio da chi ha un fallimento alle spalle”.

Perché è difficile accettare un fallimento?
Anche per le persone più in gamba non è immediato lasciare andare, nonostante molti founder delle startup sostenute ammettano dopo che è stato più facile di quello che credevano. Come quella volta che ho investito in una startup che giudicavo interessante, portata avanti da due persone valide, ma di cui non ero convinta della sostenibilità. Dopo 9 mesi il mancato sviluppo della nuova società ha confermato i timori iniziali, i founder se ne sono resi conto ma io ho pensato, lo stesso, che avevo fatto una buona scelta ed era quella sulle persone. Ho reinvestito su di loro. Adesso hanno lanciato una società che si occupa in modo digitalizzato di certificazioni aziendali Iso.

Quali sono le cause più frequenti che portano all’insuccesso una startup?
Le startup sono costrette a interrompere il loro cammino di sviluppo per numerosi e differenti motivi. Per esempio, un caso da non escludere è che finiscano i soldi, come nel caso di un founder che è riuscito però a ripartire reinventandosi in un altro progetto, differente. Oggi gestisce una piattaforma IA per valutare i bandi di gara interessanti per le diverse tipologie di aziende. Aggiungo subito che non è neanche un controsenso economico credere nuovamente nelle stesse persone visto che ci avevo già investito, per esempio a livello di formazione. Chi riparte con un’esperienza d’insuccesso alle spalle, dopo, performa meglio.

Qual è allora il vero parametro cui guardare nel valutare una startup?
Quello che conta davvero è la capacità delle persone di eseguire un progetto. Specialmente oggi che, almeno per noi, il 90% delle iniziative è legato all’intelligenza artificiale e application layer (interfaccia utenti-software, ndr). Due ambiti tecnologici veloci nelle loro implementazioni e meno bisognosi di risorse finanziarie, dove tempo e capitali sono meno importanti. Ripeto, quello che conta davvero è la completa attuazione dell’idea di partenza. 

Oltre alle remore dei founder di accettare un fallimento, ci sono delle ritrosie da parte degli investitori? 
Dipende. La situazione varia, per esempio, se gli investitori hanno portafogli più o meno concentrati e, quindi, se sono più o meno avversi al rischio. Ci possono essere, tuttavia, preconcetti radicati ma talvolta non consapevoli che riguardano la scelta delle persone in cui credere. Magari perché queste ultime sono troppo giovani o non hanno un certo tipo di percorso in curriculum o ancora perché alcuni tendono a investire su persone simili a loro, con carriere analoghe e provenienza comune. Certo è che la cultura del fallimento può mutare. All’estero si fa tesoro delle storie di successo non per celebrarlo in quanto tale ma per superare meglio i casi d’insuccesso. Nel Sud Europa questo approccio è meno diffuso ma inizia a farsi strada.