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PEOPLE. La scuola che libera, le generazioni che scelgono di allearsi

, di Diane Orze
La prima giornata di Pact4Future, il 24 marzo tra la Sala Buzzati del Corriere della Sera e l’Aula Magna Bocconi, mette al centro ciò che tiene insieme tutto il resto: educazione e patto tra generazioni. Dalla lotta ai bias nella scuola alla giustizia intergenerazionale, un confronto che intreccia ricerca, impresa, diritti e sport per dire una cosa semplice: senza persone, non c’è futuro

Si parte alle 15, in Sala Buzzati. E si parte dalla scuola. Non come rituale omaggio, ma come nodo politico e sociale. Perché è lì che si decide se un Paese allarga o restringe le proprie possibilità.

Il punto è netto: le disuguaglianze non sono solo economiche, sono invisibili. Stanno nei bias impliciti degli insegnanti, nell’isolamento sociale di chi resta ai margini, nelle aspettative più basse che finiscono per diventare profezie che si autoavverano. Ma la ricerca mostra anche che questi meccanismi si possono correggere.

“Gli stereotipi impliciti e le disuguaglianze invisibili possono frenare il potenziale degli studenti più fragili”, spiega Michela Carlana, economista dell’Università Bocconi. “Quando però la scuola diventa consapevole dei propri bias e sperimenta strumenti basati su evidenze – come il tutoraggio mirato o la mappatura dell’isolamento sociale – può trasformarsi in un potente motore di libertà e mobilità sociale”.

Non è teoria. Il confronto mette insieme chi studia questi fenomeni e chi ogni giorno entra in classe: docenti che hanno innovato la didattica dall’interno, come Elia Bombardelli, Enrico Galiano e chi Eleonora Orsi. Con loro Nicolò Govoni, fondatore di Still I Rise, che ha portato scuole di qualità nei contesti più fragili del mondo, ricordando che l’educazione non è un servizio accessorio ma un diritto che cambia i destini.

Il dibattito si allarga poi all’EdTech: Pasquale Battaglia (Vik School), Antonio Pisante (Yellow Tech) e Letizia Sbarbaro (WeSchool) discutono di tecnologie educative senza feticismi digitali. La domanda è semplice: la tecnologia serve a colmare divari o rischia di crearne di nuovi?

E c’è spazio anche per la cultura come leva educativa. Il Piccolo Teatro di Milano porta l’esperienza di “Il teatro tiene banco”: Antigone, Omero, Pirandello riletti per parlare di guerra, identità digitale, parità di genere. La scuola come luogo dove il passato non si celebra, ma si interroga.

Più generazioni, più responsabilità

La sera, alle 20, in Aula Magna Bocconi, il fuoco si sposta. Non si parla più solo di studenti, ma di convivenza tra età diverse. Mai come oggi coesistono così tante generazioni. È un dato demografico, ma anche un fatto politico.

“Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”, ricorda Francesco Billari, rettore della Bocconi. “Ciascuno di noi eredita un mondo che non ha scelto, ma nessuno parte da zero. Viviamo dentro decisioni prese prima di noi e, allo stesso tempo, costruiamo le condizioni di vita di chi verrà dopo”.

Non è una formula retorica. In Italia la spesa per pensioni sfiora un quinto del Pil, mentre le scelte su debito, clima, istruzione producono effetti che peseranno soprattutto su chi oggi ha vent’anni – o non è ancora nato. “Le società complesse cercano spesso capri espiatori quando faticano a governare il cambiamento. Oggi, troppo spesso, il capro espiatorio è l’altra generazione”, avverte Billari.

La serata intreccia sguardi diversi su questo patto fragile. Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, richiama la dimensione etica: il legame tra generazioni è prima di tutto una questione di diritti e dignità. Cristina e Francesca Nonino raccontano cosa significa ereditare un’impresa e trasformarla senza tradirne l’identità. Marco Ogliengo, co-founder e CEO di JetHR, e Silvia Wang, co-founder e CEO di Serenis, portano invece il punto di vista di una nuova imprenditorialità che prova a riscrivere le regole del lavoro, mettendo al centro cultura organizzativa, salute mentale e qualità delle relazioni come elementi strutturali – non accessori – della competitività. Beppe Severgnini riflette sull’arte di restare curiosi mentre il mondo accelera.

Lo sport diventa metafora concreta del passaggio di testimone con Diana Bianchedi e Giulia Amore, insieme a Vittorio e Danilo Gallinari: il tempo segna i corpi ma affina lo sguardo, e la fiducia tra generazioni è ciò che permette di spingersi un po’ più in là.

E poi c’è chi ha iniziato prestissimo. Ryan Hreljac, fondatore della Ryan’s Well Foundation, ricorda che l’età non è un alibi: a sei anni ha deciso di costruire un pozzo per chi non aveva acqua potabile. Oggi i suoi progetti idrici sono oltre 1.700 in 17 Paesi. La responsabilità non aspetta la maggiore età.

Il tempo che scegliamo di abitare

Il filo che unisce pomeriggio e sera è chiaro: senza un investimento serio su scuola e relazioni tra generazioni, ogni discorso su innovazione o sostenibilità resta sospeso.

“Non possiamo scegliere l’epoca in cui nascere”, dice ancora Billari. “Ma possiamo scegliere se usare questa inedita convivenza tra generazioni come terreno di scontro o come occasione di cooperazione. Il futuro non appartiene a una sola età. Appartiene a chi accetta di costruirlo insieme”.

La giornata “People” non offre consolazioni. Dice una cosa semplice: il futuro non si difende con slogan su giovani o anziani, ma con scelte che redistribuiscano opportunità, voce, responsabilità. La scuola come infrastruttura, il lavoro come spazio di cura, il dialogo come metodo.

Il resto viene dopo. Prima ci sono le persone. E il modo in cui decidono di stare nel tempo.

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