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Generazioni in dialogo: il futuro come responsabilità condivisa

, di Francesco Billari
Mai come oggi giovani e anziani condividono lo stesso tempo storico, nelle famiglie, nel lavoro e nelle istituzioni. La longevità è una conquista straordinaria, ma mette alla prova equilibri economici, politici e sociali. Per evitare che la convivenza si trasformi in conflitto, serve un nuovo patto tra generazioni, fondato su equità, partecipazione e responsabilità verso il futuro.

“Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”. La frase di Isaac Newton non è solo un omaggio al passato, ma un incoraggiamento per il futuro. Possiamo leggerla come un’ode alla potenziale armonia tra la tensione innovativa delle generazioni più giovani e gli insegnamenti di quelle più esperte.

Sulla successione tra generazioni, rispetto ai tempi di Newton, ma anche rispetto al secolo scorso, vi è una grande novità. Prima, ogni generazione aveva un momento in cui si affacciava sulla finestra della storia, per poi congedarsi. Oggi, grazie all’allungamento della vita, per la prima volta nella storia convivono più generazioni. All’inizio del Novecento la speranza di vita globale era poco sopra i 30 anni; oggi supera i 73. In Italia siamo passati dai 54 anni del 1924 agli oltre 83 di oggi. Diverse generazioni sono contemporaneamente presenti nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, nella società. Il mondo non ha più la forma di una piramide demografica, con molti bambini e giovani e pochi anziani, ma una struttura per età in cui le diverse generazioni hanno pesi simili, se non sbilanciate verso gli anziani come in Italia.

La longevità è una conquista straordinaria. Ma diventa anche una sfida. Quando molte generazioni convivono, la tentazione è quella di contrapporle. I giovani accusano i più anziani di aver consumato risorse e opportunità. Gli anziani guardano ai giovani come hanno sempre fatto nella storia: “noi eravamo meglio”. Sono narrazioni magari seducenti, ma semplicistiche. Le società complesse cercano spesso capri espiatori quando faticano a governare il cambiamento. Oggi, troppo spesso, il capro espiatorio è “l’altra generazione”.

Istituzioni sotto pressione e squilibri da misurare

Il problema è che molte delle nostre istituzioni sono state progettate per un mondo che non esiste più. I sistemi pensionistici a ripartizione funzionavano quando la popolazione era giovane e numerosa; oggi, con l’invecchiamento, sono sotto pressione. In Italia la spesa pubblica per pensioni sfiora un quinto del Pil. Allo stesso tempo, le decisioni pubbliche – dalla spesa pubblica alle politiche per l’ambiente – producono effetti che dureranno decenni, incidendo soprattutto sulla vita di chi oggi ha meno di vent’anni o non è ancora nato. Qui si gioca il patto tra generazioni

Per capire se questo patto regge, servono strumenti di misura, non solo opinioni. È in questa direzione che va l’Indice di Giustizia Intergenerazionale, sviluppato da Vincenzo Galasso della Bocconi nell’ambito del progetto europeo Age-It. L’indice confronta adulti giovani (25–34 anni) e adulti più stagionati su quattro dimensioni cruciali: equità economica, accesso ai servizi, uguaglianza relazionale e uguaglianza politica. Il risultato è netto: in molti Paesi europei – Italia inclusa – gli adulti più stagionati risultano avvantaggiati soprattutto sul piano economico e della rappresentanza politica, mentre i più giovani pagano prezzi più alti in termini di precarietà lavorativa, difficoltà abitative e minore influenza nei processi decisionali. L’analisi mostra anche che nessun Paese è “in equilibrio” su tutte le dimensioni: spesso i vantaggi in un ambito compensano svantaggi in un altro, mascherando squilibri profondi.

La dimensione politica è forse la più delicata. Ovunque in Europa gli anziani partecipano di più al voto e sono più rappresentati nei parlamenti; i programmi dei partiti tendono a dedicare maggiore attenzione ai temi che li riguardano. I giovani dichiarano di voler contare, ma contano meno nei fatti. In una società che invecchia, questo squilibrio non è solo statistico: rischia di diventare strutturale.

Opportunità, disuguaglianze e mobilità sociale

La rivoluzione della longevità ha generato anche grandi opportunità. Vivere più a lungo ha reso possibile investire di più nell’istruzione. Nel 1900 solo un terzo degli adulti nel mondo aveva frequentato la scuola; alla fine del Novecento erano quattro su cinque. Oggi, nei Paesi Ocse, quasi metà dei giovani consegue un titolo universitario. L’espansione dell’istruzione ha reso le società più mobili e più capaci di valorizzare talenti prima sprecati. È uno dei grandi motori del progresso economico.

Eppure, anche qui, il patto è fragile. Le ricerche mostrano che dove la disuguaglianza economica è più alta, la mobilità tra generazioni è più bassa. Se non riduciamo le disuguaglianze oggi, ipotechiamo le opportunità di domani. Il conflitto generazionale rischia di sovrapporsi a un conflitto tra destini ereditati.

La responsabilità verso chi verrà

C’è poi una responsabilità che va oltre chi è oggi in vita. Nel 1987 la Commissione Brundtland definì lo sviluppo sostenibile come quello che “soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. È una definizione potente perché introduce nel discorso pubblico chi ancora non vota, non protesta, non parla: le generazioni future. Nel 2022 anche la Costituzione italiana è stata modificata per inserire la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi “nell’interesse delle future generazioni”. Non è un dettaglio simbolico: è il riconoscimento che il tempo della politica deve allungarsi quanto quello della vita.

Nel tempo dell’accelerazione tecnologica e delle grandi transizioni ambientali, le decisioni hanno effetti cumulativi sulle generazioni. Ogni anno di ritardo nella lotta al cambiamento climatico, ogni investimento mancato in istruzione, ogni debito lasciato crescere è un trasferimento implicito di costi verso chi verrà dopo. Non è retorica: è la logica di una società multigenerazionale.

Dalla convivenza alla cooperazione

Dobbiamo imparare a vedere la convivenza tra generazioni come una grande ricchezza. Studi su team di ricerca e imprese mostrano infatti che la diversità generazionale, quando è valorizzata, aumenta l’innovazione e migliora le performance. Diverse generazioni portano competenze, esperienze, sensibilità diverse. Non si tratta più di sostituirsi una con un’altra, ma di creare alleanze. Per questo il dialogo tra generazioni non deve essere un esercizio di buone intenzioni. È una condizione di stabilità democratica. Se i giovani si sentono esclusi dalle decisioni che li riguardano, la fiducia nelle istituzioni si erode. Se gli anziani percepiscono di essere un peso, si rompe il senso di appartenenza. Il rischio è un corto circuito tra demografia e politica.

Generazioni in dialogo significa riconoscere che il futuro è una responsabilità condivisa. Chi ha più anni alle spalle ha il dovere di guardare oltre l’orizzonte immediato. Chi ha più anni davanti ha il diritto – e la responsabilità – di partecipare alle scelte collettive.

Non possiamo scegliere l’epoca in cui nascere. Ma possiamo scegliere se usare questa inedita convivenza tra generazioni come terreno di scontro o come occasione di cooperazione. Il futuro non appartiene a una sola generazione. Appartiene a chi accetta di costruirlo insieme.

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