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L’istruzione superiore non può più considerare l’AI una futura fonte di disruption: sta già rimodellando il modo in cui gli studenti imparano, pensano e lavorano. Le università devono ripensare la didattica, la valutazione e il ruolo stesso dei professori, trasformando l’AI da minaccia percepita a strumento per un apprendimento più profondo e critico.

Quando la mia università, la Bocconi, ha introdotto l’accesso a OpenAI per tutti i docenti, il personale e gli studenti nel giugno 2025, un collega mi si è avvicinato chiedendomi cosa avremmo dovuto fare “ora che gli studenti hanno accesso all’AI”. La preoccupazione nella sua domanda era genuina e comprensibile. Ma tradiva anche un’illusione o una certa ingenuità: gli studenti hanno accesso all’AI dal novembre 2022. L’AI non è dietro l’angolo; è già qui. Ciò che è cambiato non è la disponibilità dell’AI, ma la nostra percezione di essa.

Questo atteggiamento nei confronti dell’AI – l’approccio dello struzzo – è comune. Sperare che tutto passi da solo, in questo caso, è fuori luogo. Altre invenzioni hanno influenzato l’istruzione, ma nessuna ha avuto un impatto così pervasivo. Non possiamo continuare a insegnare come prima.

Nel corso della mia carriera accademica, l’AI è passata dall’essere un interesse di nicchia a una sfida centrale per la società e per l’istruzione. È una sfida che tocca e cambia molti aspetti delle nostre vite e del nostro lavoro, ma rappresenta anche una sfida esistenziale per l’istruzione superiore. Come possiamo fornire ai nostri studenti le conoscenze di cui hanno bisogno per il mondo e per il lavoro, senza compromettere la loro capacità di pensare in modo critico e autonomo?

L’accademia non è un luogo in cui le cose si muovono velocemente, ma lo sviluppo dell’AI ci sta costringendo a pensare rapidamente. La nostra esperienza tradizionale in aula non ci serve più molto bene di fronte a una sfida così nuova. Quello che facevamo anche solo pochi anni fa ha ormai poca rilevanza rispetto alla situazione attuale. Questo significa ripensare alcuni fondamenti.

Ecco come potrebbe apparire questo cambiamento:

Ripensare il percorso dello studente

Tradizionalmente, una laurea triennale insegnava conoscenze fondamentali: teorie, metodi, un determinato modo di pensare, affinché questi aspetti dell’apprendimento diventassero naturali. Ma oggi le conoscenze di base sono letteralmente a portata di mano degli studenti, costringendoci a ripensare quella progressione lineare.

Rendere l’alfabetizzazione all’AI una competenza fondamentale

Invece di concentrarci soprattutto sulle basi specifiche delle singole discipline, dobbiamo prima formare tutti all’alfabetizzazione all’AI, al pensiero critico e al riconoscimento dei bias. In Bocconi abbiamo introdotto corsi trasversali di AI per tutti i nuovi studenti, per insegnare le basi dell’uso responsabile dell’intelligenza artificiale, e abbiamo aggiornato il nostro codice di condotta affinché gli studenti sappiano nel dettaglio cosa ci aspettiamo da loro nell’uso dell’AI.

Cambiare il formato

La didattica frontale ex cathedra aveva senso nel Medioevo, quando i libri erano costosi e l’accesso alla conoscenza era limitato. Ogni nuovo strumento ha dato agli studenti maggiore indipendenza e autonomia. Nessuno più dell’AI. Dobbiamo dare per scontato che gli studenti usino l’AI e fornire loro le competenze per farlo nel modo corretto, così che diventi uno strumento in più a loro disposizione, e non una stampella.

Dobbiamo insegnare con l’AI

Possiamo usarla per casi studio, simulazioni e analisi dei dati in aula, così come per tutoraggi specializzati e attività di supporto alla didattica. L’AI non è solo uno strumento per gli studenti; è anche uno strumento per noi.

Ripensare le valutazioni

I metodi tradizionali che valutano la capacità degli studenti di ripetere nozioni a comando non sono più adeguati. Dobbiamo progettare compiti che richiedano agli studenti di interrogare criticamente i risultati prodotti dall’AI, giustificare le proprie scelte, verificare le prove e spiegare come siano arrivati a una conclusione. In Bocconi, per esempio, i docenti possono ora decidere, per ogni compito, se possa essere svolto con l’aiuto dell’AI oppure no. Le discipline applicate possono progettare lavori indipendenti tenendo conto dell’AI. Gli esami orali non sono facilmente scalabili, ma rappresentano una forma di valutazione migliore dei test a scelta multipla in un mondo permeato dall’AI.

Infine, dobbiamo ripensare il nostro ruolo di insegnanti

Non più unici arbitri della conoscenza, ma partner di confronto e guide. Questo significa abbandonare lezioni rigidamente predefinite e slide lineari. Eppure gli studenti continuano a dirci che vogliono i professori in aula, perché l’autoapprendimento è difficile e raramente efficace, come dimostrano i bassi tassi di completamento persino degli ottimi MOOC.

In pratica, questo significa fare meno affidamento su materiali preconfezionati e adottare maggiormente un modello di aula laboratoriale e capovolta. Alcuni metodi stanno già prendendo piede: possiamo fornire agli studenti prompt AI per un compito e chiedere loro di migliorarli, sia come preparazione (flipped classroom) sia in aula, individualmente o in gruppo. Possiamo poi discutere e confrontare dal vivo le loro soluzioni e guidarli in audit critici degli output dell’AI, per verificare fonti, assunzioni, bias e logica.

Questo approccio si basa su concetti pedagogici alternativi già esistenti: sessioni in stile studio, apprendimento basato sui problemi, cliniche di gruppo, dibattiti socratici, simulazioni di casi in aula e analisi dati dal vivo, tutti modelli che stanno già emergendo in varie forme.

Tuttavia, per essere davvero efficace, questo approccio richiede di iniziare a trattare l’aula meno come un evento strutturato dall’inizio alla fine e più come una lezione di improvvisazione: definire gli obiettivi di apprendimento, dare autonomia agli studenti e vedere dove ci porterà il percorso – insieme. Questo sposta il nostro ruolo dal trasmettere risposte preconfezionate al provocare domande migliori, dandoci un ruolo più attivo e partecipativo. Richiede di accettare l’apertura e, sì, anche le sfide alle nostre stesse conoscenze. Certo, inizialmente è stressante rinunciare a tanto controllo sul piano della lezione, ma questo ha portato ad alcune delle esperienze didattiche più gratificanti che abbia mai avuto. Se lo accogliamo davvero, può rimetterci dalla parte di chi apprende, aiutandoci a vedere vecchi materiali sotto una nuova luce e a riscoprire il piacere di imparare nuovamente la nostra disciplina.

Nulla di tutto questo sarà facile e ci sarà inevitabilmente un periodo di transizione scomodo. Alcune discipline e alcuni formati si adatteranno più facilmente di altri a questo cambiamento profondo, e alcuni docenti avranno più successo di altri nell’adattarsi. Alla fine, però, l’istruzione superiore apparirà radicalmente diversa rispetto anche solo a pochi anni fa. In Bocconi, l’AI è diventata una parte centrale del nostro piano strategico per i prossimi cinque anni, anche per quanto riguarda assunzioni e offerta formativa.

Ci sono però molte ragioni per essere ottimisti: la calcolatrice, Internet, Wikipedia e i MOOC non hanno distrutto l’istruzione superiore. L’apprendimento ha una componente sociale fondamentale, come la pandemia ha reso dolorosamente evidente. E gli studenti, come tutte le persone, sono naturalmente curiosi e si annoiano facilmente. La maggior parte non userà l’AI per evitare di pensare, ma per imparare e studiare in modi nuovi, ampliando la propria conoscenza e quella collettiva.

Sta a noi guidare la loro curiosità verso una comprensione più profonda, non verso risposte più semplici. Questo dovrà assumere nuove forme, ma non segnerà la fine dell’istruzione superiore. Né dell’umanità nel suo complesso.

DIRK HOVY

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze della Computazione
Focus

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