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Il fallimento si racconta (più del successo)

, di Joachim Vosgerau
Uno studio internazionale, con la partecipazione di Bocconi, rivela un meccanismo sorprendente: nelle conversazioni tendiamo a “dosare” ciò che raccontiamo non per fare bella figura, ma per proteggere le emozioni degli altri

Quando un amico ti dice che non ha ottenuto il lavoro, tu menzioni che invece ce l’hai fatta? La maggior parte delle persone conosce istintivamente la risposta — e una nuova ricerca pubblicata su Organizational Behavior and Human Decision Processes spiega perché. Un importante studio multi-istituzionale, di cui sono coautore, mostra che le persone modellano sistematicamente ciò che condividono sui propri successi e fallimenti non in base all’interesse personale, ma al desiderio di proteggere i sentimenti degli altri.

L’articolo, “Responses to Outcome Disclosure: People Asymmetrically Disclose or Hide Their Outcomes to Protect Others’ Emotions”, è stato realizzato insieme a Emily Prinsloo (Rice University), Irene Scopelliti (Bayes Business School, City St George, University of London) e George Loewenstein (Carnegie Mellon University). Attraverso nove studi che hanno coinvolto 8.229 partecipanti — inclusi esperimenti controllati, risposte scritte aperte e 473 conversazioni reali a coppie — il team di ricerca ha individuato un modello coerente e finora non documentato nel modo in cui le persone reagiscono quando altri condividono notizie personali.

Cosa ha scoperto la ricerca

Le teorie precedenti sulla divulgazione delle informazioni si sono concentrate principalmente su chi avvia una conversazione. Questa ricerca esamina invece chi risponde — la persona che, dopo aver ascoltato la notizia di qualcun altro, deve decidere cosa rivelare a sua volta. I risultati mettono in discussione l’idea consolidata che tali decisioni riguardino principalmente la gestione della propria immagine.

Lo studio individua tre modelli chiave. In primo luogo, le persone tendono fortemente a condividere esiti che corrispondono a quelli dell’interlocutore. Se un collega racconta di un rifiuto, è molto più probabile che si condivida un proprio rifiuto piuttosto che un successo. In secondo luogo — e in modo ancora più significativo — questa tendenza non è simmetrica: le persone sono molto più inclini a condividere fallimenti simili che successi simili. Condividere un fallimento comune è percepito come emotivamente di supporto, perché normalizza un’esperienza difficile; condividere un successo comune, al contrario, aggiunge poco valore emotivo e può persino abbassare il morale dell’altro.

In terzo luogo, quando gli esiti non coincidono, le persone sono più disposte a condividere cattive notizie dopo una buona notizia altrui che a condividere una buona notizia dopo una cattiva. Il potenziale danno emotivo derivante dal comunicare un successo a qualcuno che ha appena fallito è un deterrente potente — tale da superare il naturale impulso reciproco a condividere.

Oltre il “se” condividere — il “come” si condivide

La ricerca va oltre, analizzando non solo se le persone condividono, ma anche come lo fanno. Quando i partecipanti decidevano di comunicare una notizia positiva in risposta al fallimento altrui, scrivevano messaggi più lunghi, erano più inclini a offrire aiuto o consigli e utilizzavano spesso un linguaggio attenuato o quasi apologetico — attribuendo il proprio successo alla fortuna o a fattori esterni. Alcuni partecipanti, nelle interazioni dal vivo, arrivavano persino a ingannare, omettendo o distorcendo il proprio risultato per evitare di creare disagio. Anche il tempismo conta: le condivisioni non corrispondenti erano significativamente più spesso ritardate, con chi rispondeva che offriva prima supporto emotivo, prima di — o invece di — rivelare la propria notizia.

Implicazioni per le organizzazioni e la vita quotidiana

Le implicazioni vanno ben oltre le relazioni individuali. Nei contesti organizzativi, questi modelli possono spiegare perché i dipendenti esitano a condividere i propri successi professionali con colleghi che hanno appena mancato una promozione, o perché i team fanno fatica a celebrare apertamente i risultati durante periodi di difficoltà collettiva. Comprendere queste dinamiche può aiutare i leader a progettare ambienti in cui successi e insuccessi vengano discussi in modo più aperto e autentico.

La ricerca mostra inoltre che questi modelli sono robusti attraverso diversi tipi di relazioni — conoscenti e amici stretti, colleghi e superiori — e in vari ambiti, tra cui salute, carriera e finanze. Un aspetto cruciale è che gli effetti risultano più forti quando i partecipanti dichiarano di apprezzare il proprio interlocutore, confermando che è l’empatia, più che la gestione strategica dell’immagine, il motore principale di questi comportamenti.

JOACHIM VOSGERAU

Università Bocconi
Dipartimento di Marketing