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Anush Arakelyan, Iacopo Mazzetti e Flaminia Tamburi: gli alumni dietro le quinte dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026

Tre storie diverse, molto diverse. Ma con alcuni punti in comune: innanzitutto un titolo di studio in Bocconi, poi la decisione convinta di lasciare un percorso professionale di alto profilo per abbracciarne uno stimolante, affascinante e in un certo senso unico ma a termine: i Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026. Perché prendere parte all’organizzazione di un evento olimpico e paralimpico è qualcosa che segna la vita professionale e, forse, anche quella personale.

I tre “bocconiani” coinvolti nella Fondazione Milano Cortina 2026, l’ente che svolge tutte le attività di organizzazione, promozione e comunicazione degli eventi sportivi e culturali relativi ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, sono Anush Arakelyan (Head of National Olympic and Paralympic Committee Services, in Bocconi ha frequentato il Fifa Master), Iacopo Mazzetti (Head of Legacy, Master of Science in General Management) e Flaminia Tamburi (Head of Village Management, Executive Master in Business of Events).

Il percorso di Anush Arakelyan

Per Anush, armena, Milano Cortina non è la prima esperienza a cinque cerchi ma, essendo passati 16 anni dalla precedente avventura e 20 dalla prima, in un certo senso è come se lo fosse. “Una volta terminato il Master, che per me rappresentava l’Eldorado vista la mia passione per lo sport, grazie al suo network sono riuscita a entrare nel comitato organizzatore delle Olimpiadi di Torino 2006, dove mi occupavo dei rapporti con alcuni comitati olimpici e paralimpici nazionali. Con loro ero in contatto quotidiano per capirne le necessità e condividere poi le informazioni con il resto del team”.

Dopo una breve esperienza a Vancouver 2010 – “solo tre mesi, perché se avessi accettato l’incarico a tempo pieno avrei perso il permesso di soggiorno per stare in Italia” – ha lavorato nell’ambito della logistica. Quando si è presentata l’opportunità di un incarico in Fondazione Milano Cortina 2026 non ha avuto dubbi.

“Il lavoro è lo stesso, ma rispetto a 20 anni fa è cambiato tantissimo e non solo perché oggi sono la responsabile. Sono cambiate le direttive del Cio, per esempio, con un interesse sempre più accentuato verso la sostenibilità. Sono aumentate le complessità, perché a Milano Cortina ci sono ben sei villaggi olimpici rispetto ai tre di Torino. E, di conseguenza, sono aumentate le problematiche ed è cresciuto il numero del personale coinvolto”.

La gestione dei villaggi olimpici secondo Flaminia Tamburi

Complessità è una parola chiave. Non criticità, termine che non piace a Flaminia Tamburi, responsabile dei villaggi olimpici e paralimpici e coordinatrice di un team di circa 100 persone. “Gestire i villaggi non significa solo assicurare agli atleti un posto dove dormire”, racconta, “ma garantire una serie di servizi e attività affinché ogni delegazione sia soddisfatta. Parlo di complessità perché i villaggi sono molto diversi tra loro: da quello ipermoderno di Milano, che dopo le Olimpiadi diventerà uno studentato, alle casette costruite ad hoc a Cortina, fino agli alberghi di Bormio. Far sì che gli atleti vivano un’esperienza positiva, ovunque alloggeranno, è la nostra missione”. Si tratta di un evento diffuso, che sfrutta il più possibile quanto già esiste. “Località come Bormio, Cortina, Livigno sono abituate a organizzare gare di Coppa del Mondo di sci, hanno il know-how e le strutture”, dice Tamburi. 

La legacy secondo Iacopo Mazzetti

Il tema dei villaggi si lega in modo naturale a quello della legacy, materiale e immateriale, che i Giochi lasceranno. “Il mio lavoro”, spiega Iacopo Mazzetti, “è molto vario, perché quando si parla di legacy ci si riferisce all’eredità duratura in termini di infrastrutture, opere, benefici economici e sociali che l’evento lascia ai territori”. 

Organizzare impattando il meno possibile sull’ambiente è stato uno dei diktat del Cio, come conferma Iacopo Mazzetti: “L’indicazione è stata chiara: costruire solo infrastrutture che potranno essere riutilizzate perché in quel territorio c’è uno specifico interesse. È il caso dell’Arena Santa Giulia, dove si disputeranno le partite di hockey. Un impianto moderno, che a Milano mancava, in grado di ospitare in futuro eventi sportivi e musicali. Altri impianti, invece, come la pista di pattinaggio alla Fiera, saranno temporanei”.

Il sogno di essere parte di una macchina gigantesca

Nel complesso, solo per quanto riguarda la Fondazione, lavorano oltre mille persone, senza contare l’indotto. Una macchina gigantesca che si è messa in moto nel 2019, subito dopo l’assegnazione dei Giochi da parte del Cio, e che ora alla vigilia della Cerimonia di inaugurazione è alla massima potenza. “Di questo evento ho voluto far parte fin da subito”, racconta Flaminia Tamburi. “Già lavoravo negli eventi in Fondazione Dynamo, e poi ho una grande passione per gli sport invernali: sono maestra di sci. Quando mi ricapiterà di partecipare a un’Olimpiade organizzata nella città in cui vivo e in quella in cui pratico il mio sport preferito?”.

Per Iacopo Mazzetti l’avventura è iniziata addirittura in anticipo: prima di approdare nel comitato organizzatore, era stato responsabile della candidatura. “È un’esperienza che si fa quando si ha voglia di cambiamento, perché i Giochi raccolgono tantissime professionalità diverse e persone da tutto il mondo.”

I nostri Giochi

Terminati i Giochi (22 febbraio le Olimpiadi, 15 marzo le Paralimpiadi), terminerà anche la loro esperienza. Che cosa rimarrà, in termini di “legacy”, in ciascuno di loro?

“Questa esperienza mi sta insegnando a gestire le complessità in maniera più approfondita rispetto alle mie precedenti esperienze”, spiega Mazzetti. “E poi conoscenze di governance, di gestione aziendale, capacità di individuare le priorità, e una relazione più solida con le istituzioni con cui ho dialogato”.

“Lavorare in questo contesto, il più grande che ci sia perché nulla supera i Giochi Olimpici, consente di acquisire competenze applicabili anche nell’organizzazione di altri grandi eventi, non necessariamente sportivi”, aggiunge Arakelyan. “Mi ha insegnato a lavorare sotto stress e a gestire un team ampio, con oltre 40 persone di molte nazionalità”.

Per Flaminia Tamburi ciò che ha imparato avrà un valore anche in futuro, magari proprio in un altro grande evento sportivo. “Che sia un’altra Olimpiade o qualcosa di diverso, vorrei che tutto ciò che ho appreso in questi sei anni non andasse sprecato. Se mi dicessero che in Italia ci sarà un’altra Olimpiade tra 10 o 20 anni, firmerei subito. Io, come le altre oltre 1.000 persone che lavorano per questi Giochi, rappresentiamo un capitale umano, un’expertise che non deve andare dispersa e che potrà essere estremamente utile per altri grandi eventi che l’Italia vorrà organizzare”.

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