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Alla guida di un piccolo paese verso un evento globale

, di Andrea Celauro
Con i suoi 4 mila abitanti, Bormio si prepara a ospitare le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026: una sfida che trasforma un borgo di montagna in un palcoscenico internazionale. Tra infrastrutture da completare, stakeholder da coordinare e un territorio da valorizzare, la sindaca Silvia Cavazzi, alumna Bocconi, racconta come si affrontano onori e oneri di un appuntamento che segnerà la storia della Valtellina e il suo percorso personale, da atleta di sci di fondo a guida amministrativa di una comunità olimpica

Progettazione, studio, accordi, visione orientata da un lato al risultato, dall’altro al futuro. Per organizzare un evento come le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina non basta il know-how, già molto robusto, della gestione trentennale delle tappe di Coppa del Mondo di sci. Lo racconta l’alumna Bocconi Silvia Cavazzi, sindaca di Bormio, una delle due sedi valtellinesi scelte per l’evento. “La parola che ci ripetiamo cento volte al giorno è Legacy, cosa lasceremo dopo l’Olimpiade”.

Come si gestiscono l’onore e l’onere di un evento come questo?

L'Olimpiade è la festa dello sport per definizione, ma gestire un’olimpiade comporta una grande responsabilità. E nel caso di un paese come Bormio, che conta 4 mila abitanti, la responsabilità di un piccolo paese diventa una responsabilità internazionale. Ogni inerzia, errore o intoppo nel cronoprogramma delle opere e delle attività vuol dire far fare brutta figura alla Regione Lombardia e all’Italia intera che ci ha scelto per questo grande evento. Questo per dire che ogni tanto qualche brivido lo si prova.

Bormio ospita da trent’anni la Coppa del mondo di sci alpino, un evento internazionale di grande impatto. Gestire un’Olimpiade è più complesso?

Con la Coppa del mondo, dove ospitiamo il Super G e la Discesa libera, siamo più che collaudati nel valutare quali compiti e quali infrastrutture debbano essere pronte. Ma con le Olimpiadi tutto è molto più in grande. Olimpiade significa coinvolgimento del territorio, coinvolgimento di centinaia di volontari, media, partner commerciali, partner istituzionali. Tutto questo esiste anche nella Coppa del Mondo, ma non a questo livello. Con le Olimpiadi i contatti istituzionali sono con i consolati dei vari paesi. E tutti vogliono parlare con il sindaco. Insieme alle infrastrutture, poi c’è la gestione dei contenuti, per la quale il dialogo con Regione Lombardia e Fondazione Milano-Cortina (il comitato organizzatore) è quotidiano.

Una sfida anche per il capitale umano

Abbiamo uno staff comunale che chiaramente è dimensionato per le esigenze di 4 mila abitanti, sebbene il nostro sia un Comune dalla forte vocazione turistica. Quindi all’inizio è stato complesso, abbiamo dovuto reclutare personale per seguire l’evento e abbiamo creato una delega specifica alle Olimpiadi per l’assessorato al Turismo e ai grandi eventi. Siamo un gruppo di consiglieri comunali tutti sportivi perché Bormio e la Valtellina sono luoghi di sportivi. Anzi, le Olimpiadi sono state proprio ciò che ha motivato la mia candidatura e quella del mio gruppo nel 2021. Si sapeva già che Bormio e la Valtellina sarebbero state venue dell’evento, perché Milano-Cortina aveva vinto l’assegnazione dell’Olimpiade nel 2019. Quindi ho detto al mio gruppo: “Volete guardare le Olimpiadi dal divano di casa, visto che le avremo a Bormio?”. Io mi sono candidata a sindaco perché volevo essere in prima linea in questa partita.

Quanto è difficile mettere insieme le esigenze di tanti stakeholder diversi?

A volte sembra una missione impossibile: una ruota velocissima, dove devi rispettare i cronoprogrammi, le procedure sono sempre più complicate, l'anticorruzione, la trasparenza, la rotazione dei fornitori. E poi la soprintendenza, la paesaggistica. Ci sono stati momenti in cui ho avuto delle critiche forti, però adesso la gente vede il risultato, ed è quello ciò che vuole.

Parliamo di legacy. Cosa vi attendete per il vostro territorio da Milano-Cortina 2026?

C’è una legacy territoriale che è legata alle infrastrutture, che diventa ancor più importante in zone come le nostre a bassa densità di abitanti. Zone che, in condizioni normali, non hanno un peso elettorale tale da poter focalizzare l’attenzione sulle opere di cui necessitano. Quindi le infrastrutture olimpiche vanno pensate, ovviamente, per le esigenze ricorrenti della località.
Poi c’è una legacy di tipo organizzativo, legata al capitale umano: la Fondazione Milano-Cortina ha reclutato molti giovani sul territorio per lavorare nel comitato: per noi è importante, perché si tratta di ragazze e ragazzi che stanno imparando come si gestisce un grande evento, un know-how fondamentale, anche mentalmente, per non restare chiusi nei medesimi schemi organizzativi.
In ultimo, è chiaro che ci si aspetta che le Olimpiadi abbiamo un ritorno di sviluppo: più lavoro per le aziende valtellinesi e un aumento delle presenze turistiche sul territorio che è stimato intorno al 20% nei prossimi anni.

Nella legacy delle Olimpiadi rientra anche l’accordo con l’Ospedale Niguarda?

Sì, è un’idea di Bertolaso, assessore al welfare di Regione Lombardia, e di Melazzini, direttore generale del welfare regionale: l’obiettivo è collegare una struttura di rilievo internazionale come il Niguarda ai nostri ospedali di montagna di Sondrio e Sondalo, di modo tale da rinforzare la nostra sanità locale.   

Prima di unire amministrazione e sport nell’organizzazione dell’evento olimpico, questi due elementi facevano già parte, singolarmente, della sua vita. Chi è Silvia Cavazzi?

Fino ai diciannove anni sono stata una sportiva, ero nella nazionale giovanile di sci di fondo. La medaglia olimpica è il sogno di tutti gli atleti e non nascondo che le Olimpiadi siano state anche il mio. Forse non ci ho creduto abbastanza, ma è anche vero che arrivare al top è dura, anche perché mi confrontavo spesso con atlete come Stefania Belmondo e Gabriella Paruzzi che poi le medaglie le hanno vinte davvero. E non ero al loro livello. Oltretutto, in quel periodo, mi interessava anche molto lo studio: per questo mi iscrissi all’Università Bocconi, dove mi sono laureata nel 1996 in economia aziendale.

Cosa le ha insegnato lo sport?

La disciplina, il senso del dovere, ma anche l'orientamento al risultato. Io cerco sempre il risultato, tanto che a volte faccio fatica ad accettare quando non arriva. Inoltre, ti insegna a resistere. Prima di veder terminata un’opera – penso alle infrastrutture olimpiche, ad esempio – devi resistere alla fatica di affrontare tutte le progettazioni, tutte le autorizzazioni, tutte le proteste. Avere bene in mente le priorità e non farsi turbare troppo da critiche e commenti perché altrimenti perdi il focus e quindi il risultato. A volte mi dicono che sono un po’ autoritaria.

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