Il merito non basta
Nel mondo accademico i candidati vengono valutati attraverso lenti che favoriscono chi assomiglia a chi giudica. A svantaggio delle donne. La selezione dei futuri professori non premia infatti soltanto la qualità della ricerca, ma risponde – in modo silenzioso ma sistematico – a un criterio non dichiarato: l’affinità tematica con i membri delle commissioni che decidono a chi assegnare una posizione da ricercatore o ricercatrice. Un meccanismo che, in un contesto ancora dominato dagli uomini, finisce per produrre conseguenze prevedibili: il merito femminile conta, ma non basta.
Nel paper “Research Similarity and Women in Academia” (Piera Bello, Alessandra Casarico, Debora Nozza), in corso di pubblicazione su The Economic Journal, abbiamo analizzato tutti i concorsi italiani per tenure-track in economia tra il 2014 e il 2021, oltre 40.000 abstract di pubblicazioni di candidati e commissari, misurando con tecniche di intelligenza artificiale la distanza o somiglianza tra le rispettive linee e metodologie di ricerca. Non una semplice etichetta disciplinare, ma una metrica capace di cogliere temi, linguaggio scientifico, approcci. La domanda era diretta: quanto conta davvero l’affinità tematica nella valutazione del merito?
Avere gli stessi interessi aiuta
La risposta è inequivocabile: conta! I candidati con interessi di ricerca più vicini a quelli dei commissari hanno una probabilità significativamente più alta di vincere i concorsi. Un effetto che supera, in alcuni casi, quello di pubblicazioni in sedi molto prestigiose. Non perché l’affinità indichi qualità, ma perché valutiamo di maggior valore ciò che riconosciamo come vicino alla nostra identità scientifica: è il self-image bias, ampiamente documentato in psicologia.
Qui entra in gioco il genere. Uomini e donne non differiscono nella qualità media della loro ricerca, né nel grado medio di somiglianza con le commissioni. Tuttavia, gli uomini hanno più spesso almeno un commissario molto simile a loro. Le donne no. Se i comitati restano in maggioranza maschili, è inevitabile che le candidate incontrino meno “affinità” rilevanti. Un dettaglio? No: una distorsione importante.
Il bias di genere
Quando includiamo nel modello anche la selezione all’intervista – chi viene invitato, chi si presenta – emerge chiaramente che, a parità di curriculum, le donne hanno una probabilità più bassa di vincere. E una parte di questo divario si spiega proprio con la minore probabilità di avere quel picco di somiglianza che, come mostriamo, risulta particolarmente premiante nel processo di valutazione.
Le conseguenze vanno oltre l’iniquità: compromettono la vitalità della disciplina. Un sistema che seleziona per familiarità tende a replicare sé stesso, scoraggiando traiettorie scientifiche diverse e riducendo la varietà delle domande che l’economia si pone. In un momento storico in cui la ricerca dovrebbe ampliare il perimetro, non restringerlo, questo è un costo che non possiamo permetterci.