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Nel corso di Simone Autera sono gli studenti a fare da prof a ChatGPT. Un ribaltamento dei ruoli che stimola apprendimento critico, collaborazione e uso consapevole della tecnologia, trasformando l’IA da scorciatoia a strumento per consolidare davvero le conoscenze.

Non uno strumento a cui delegare il lavoro, bensì un interlocutore da mettere alla prova. È questa la visione dell’intelligenza artificiale alla base del progetto didattico sviluppato nel corso The Global Industry of Imaginaries da Simone Autera, lecturer del Dipartimento di Management and Technology della Bocconi. Un approccio, quello di Autera, che ribalta il rapporto tradizionale tra studenti e tecnologia.

“Mi ero chiesto”, spiega Autera, “come poter integrare l’intelligenza artificiale nella didattica in un modo che aiutasse studentesse e studenti a guardare il rapporto con la macchina in modo critico”. Una riflessione dalla quale è nata l’idea: spingere gli studenti a diventare docenti, facendo assumere a ChatGPT il ruolo di studente.

Questione di prompt

Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace. Attraverso un prompt strutturato, fornito da Autera, gli studenti impostano la conversazione in modo che l’intelligenza artificiale risponda come se fosse un discente su temi scelti dai ragazzi (che poi sono i temi che gli studenti devono approfondire a lezione). A quel punto, tocca a loro guidarla, correggerla e valutarne le risposte.

L’obiettivo non è ottenere risposte corrette dalla macchina, ma stimolare un apprendimento attivo. “Attraverso il loro correggere la macchina, loro stessi solidificano quanto hanno appreso a lezione”, sottolinea il docente. In altre parole, per “insegnare” all’IA, gli studenti devono prima studiare davvero, rielaborare i contenuti e padroneggiarli.

Se sai, sai anche insegnare

Questo approccio si inserisce in una visione pedagogica precisa: la conoscenza si consolida quando si è in grado di trasmetterla. “Il passaggio successivo allo studio è quello in cui ti trovi a insegnare le cose. Se riesci a farlo correttamente, significa che effettivamente hai compreso ciò che hai studiato”, spiega Autera. L’intelligenza artificiale diventa così un banco di prova per verificare la propria comprensione.

Il progetto, premiato agli ultimi Teaching Award della Bocconi, coinvolge ogni anno tra i 20 e i 30 studenti, organizzati in coppie. Anche questa scelta non è casuale. Da un lato, serve a gestire il carico di lavoro; dall’altro, punta a rilanciare una dimensione collaborativa spesso trascurata. “Mi piaceva l’idea di re-istituire l’abitudine di scambiarsi gli appunti, che oggi è un po’ dimenticata”, spiega Autera. “Il confronto tra pari si rivela infatti un elemento chiave, molti studenti hanno evidenziato come il lavoro in coppia li abbia aiutati a colmare lacune e chiarire passaggi non compresi”.

La voce degli studenti

Un lavoro non sempre facile, ma stimolante, come sottolineato da una delle studentesse del corso, Lisa Cancellieri, 22 anni, al terzo anno del BEMACC: “Un assessment molto interessante, che mi ha aiutata molto a rimanere al passo con lo studio”, spiega Lisa. “La parte più impegnativa riguardava le risposte che ci dava ChatGPT, perché quasi mai erano strutturate nel modo che io e la mia collega ci aspettavamo, costringendoci a chiedere di riformulare o di rispondere in modo più conciso, dato che tendevano a essere un po’ troppo prolisse”. Tuttavia, “Una delle cose che ho apprezzato di più è stata la possibilità di utilizzarlo anche per vedere come questi concetti possano essere applicati nella vita reale. A ogni lezione chiedevamo all’IA di spiegarceli attraverso esempi concreti, cosa che ci è servita per comprendere meglio gli argomenti”.

I risultati, secondo Autera, sono andati oltre le aspettative iniziali. Gli studenti non solo hanno rafforzato la loro preparazione teorica, ma hanno anche imparato a utilizzare l’intelligenza artificiale in modo più consapevole.

“L’IA è usata anche in altri corsi, ma qui il suo uso è guidato, con il risultato di produrre un modello quasi personalizzato”, sottolinea Christian Smeriglia, 22 anni del CLEACC. “A volte con la mia collega dovevamo correggere gli errori commessi dall’LLM, un lavoro che è stato molto utile per consolidare le proprie conoscenze. L’AI ti aiuta ad imparare molto più velocemente ed è un vantaggio per gli studenti e per i docenti. Ma è uno strumento di affiancamento: nulla sostituisce la figura di un vero prof in carne e ossa”.

In un contesto in cui spesso si teme che l’IA sostituisca lo studio, l’esperienza del corso mostra il contrario, quindi: se usata con metodo, può diventare uno strumento per imparare meglio. Una palestra critica per insegnare agli studenti che la qualità delle risposte dipende, prima di tutto, dalla qualità delle domande.

SIMONE AUTERA

Università Bocconi
Dipartimento di Management e Tecnologia
Focus

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