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Perché le distanze crescono

, di Guido Alfani
Non è un fenomeno recente né temporaneo: le disparità affondano le radici in processi storici di lungo periodo, che le rendono persistenti e difficili da correggere. Dalla fine degli anni ’70, il loro aumento riflette cambiamenti profondi nei sistemi economici e sociali, ma la storia mostra che possono anche ridursi

Negli anni recenti, e soprattutto dopo l’inizio della Grande Recessione nel 2007, la disuguaglianza, in particolare quella economica, ha attratto una crescente attenzione da parte delle scienze sociali e in parallelo è divenuta un tema chiave del dibattito pubblico. Indubbiamente, questi sviluppi sono legati al fatto che proprio la Grande Recessione ha reso più acuta la percezione dell’elevata disuguaglianza come un problema rilevante per l’intera società.

Le molte dimensioni della disuguaglianza

La disuguaglianza è un fenomeno complesso che può e deve essere esaminato da diverse prospettive. Gli studiosi ne esplorano svariate dimensioni: la disuguaglianza economica e sociale, ma anche ad esempio quella educativa, sanitaria, e di genere. Tutte queste dimensioni sono attualmente oggetto delle indagini effettuate presso il Centro Dondena, che costituisce lo spazio d’incontro dei ricercatori della Bocconi impegnati nello studio delle disuguaglianze.

Il peso della storia e la persistenza delle disparità

Un aspetto che va sottolineato è il fatto che le disuguaglianze odierne sono storicamente determinate, ovvero sono il risultato di processi di lungo, se non lunghissimo, periodo. Questo radicamento storico ha alcune conseguenze importanti: in primo luogo, tende a rendere le disuguaglianze persistenti e quindi, purtroppo, anche piuttosto resilienti alle politiche messe in atto per cercare di contrastarle. In secondo luogo, richiede di incorporare la dimensione storica nelle nostre indagini, comprese quelle che parrebbero più direttamente legate a esigenze molto contemporanee e al policy-making. Nel caso della disuguaglianza economica, ciò è ampiamente riconosciuto dalla letteratura più recente: studiosi quali Thomas Piketty o Branko Milanovic, autori di libri di grande successo e di notevole impatto sul dibattito scientifico e pubblico, hanno esplicitamente adottato una prospettiva di lungo periodo. 

Tra tendenze secolari e possibilità di cambiamento

Così, ad esempio, se consideriamo la disuguaglianza interpersonale (ovvero quella tra i singoli individui o famiglie che compongono una determinata società), è inevitabile rilevare che i livelli, storicamente molto elevati, raggiunti oggi dalla disuguaglianza di reddito e ricchezza sono l’esito di un processo di crescita delle disuguaglianze iniziato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del ventesimo secolo. Se poi ampliamo lo sguardo a un periodo ancora più lungo (che è quello tipico delle mie proprie ricerche), troviamo in effetti che negli ultimi sette secoli, ovvero da quando iniziamo a disporre di informazioni utilizzabili per misurare la disuguaglianza di ricchezza con una certa precisione, la tendenza è stata quasi sempre orientata verso la crescita delle disparità economiche, con due eccezioni: il periodo immediatamente successivo alla Peste Nera del Trecento, e la prima parte del Novecento, duramente segnata dalle Guerre Mondiali. Si potrebbe quindi essere tentati di concludere che l’aumento delle disuguaglianze è una caratteristica intrinseca delle società umane e con la quale occorre convivere, perché la cura (la catastrofe e la mortalità di massa) è peggiore del male – ma sempre l’esperienza del ventesimo secolo suggerisce maggiore ottimismo, visto che fu nei decenni immediatamente successivi alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, con lo sviluppo del welfare state finanziato da tassazione fortemente progressiva, che la disuguaglianza toccò i livelli minimi mai osservati nell’età contemporanea. Ed è proprio questa constatazione storica a fornire indizi sui fattori che potenzialmente hanno portato all’aumento delle disuguaglianze del periodo più recente: il mutare dei sistemi fiscali, ad esempio con la crisi del principio della progressività fiscale e lo sviluppo di preferenze avverse alla tassazione delle eredità; l’indebolimento della capacità negoziale delle associazioni dei lavoratori; il diffondersi di incentivi per il top management delle grandi aziende a negoziare più aggressivamente premi e aumenti salariali; e così via.

La necessità di una prospettiva interdisciplinare

Il radicamento storico delle disuguaglianze, ovviamente, è rilevante anche nell’analisi di dimensioni diverse da quella economica: consideriamo ad esempio la disuguaglianza di genere, collegata strettamente alla persistenza di assetti familiari, sociali e culturali tradizionali, o quella di salute e di sopravvivenza che ha portato, durante la pandemia di Covid-19, a interrogarsi sul perché certe aree geografiche (tra le quali, forse, la Lombardia) sembrano sempre essere state particolarmente soggette a queste minacce, almeno sin dall’era della peste. Ciò che è più rilevante in questa sede, tuttavia, è sottolineare come in generale lo studio delle disuguaglianze possa essere condotto in modo pienamente appropriato solo in una prospettiva interdisciplinare e tramite la collaborazione tra studiosi con competenze e attitudini apparentemente molto diverse – da cui l’importanza di disporre di istituzioni che agevolano collaborazioni di questo tipo.

GUIDO ALFANI

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche