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Nonostante i progressi, il divario tra uomini e donne resta profondo. Tra lavoro, carriere e accesso alle opportunità, pesano ancora barriere strutturali e culturali che le politiche da sole non riescono a superare

Le disuguaglianze di genere restano una delle contraddizioni più evidenti delle società contemporanee. Nonostante decenni di progressi, nessun Paese ha ancora raggiunto la piena parità: secondo il World Economic Forum è stato colmato solo il 68,8% del divario globale e, al ritmo attuale, serviranno oltre cento anni per eliminarlo. Le differenze sono particolarmente marcate nelle dimensioni economica e politica, dove resta da colmare rispettivamente circa il 40% e quasi l’80% del divario. Eppure sono numerosi gli studi che mostrano i benefici della parità in termini di crescita, innovazione e competitività.

Dati che impongono una riflessione: perché la distanza tra uomini e donne continua a persistere?

Istruzione e primi squilibri

Un primo paradosso riguarda l’istruzione. Le donne sono mediamente più istruite e ottengono risultati migliori, ma restano sottorappresentate nelle discipline STEM, tra le più richieste e remunerate. Questo squilibrio limita l’accesso ai settori più dinamici e contribuisce ad alimentare le disuguaglianze economiche.

In Europa, il differenziale salariale di genere si attesta intorno al 14%. Le cause sono molteplici: segregazione occupazionale, minore presenza nei ruoli apicali, interruzioni di carriera. La nascita di un figlio rappresenta ancora un punto di svolta nelle carriere femminili, con perdite salariali fino al 20-40%. Un fenomeno che riflette una distribuzione ancora squilibrata del lavoro di cura.

Politiche europee e limiti di attuazione

Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha promosso diverse iniziative per contrastare queste disuguaglianze: dalla direttiva sulla trasparenza salariale, che mira a ridurre il pay gap, alle politiche sui congedi parentali e sul work-life balance, fino all’introduzione di quote di genere nei consigli di amministrazione. Si tratta di strumenti importanti, che stanno producendo risultati. Tuttavia, la loro efficacia dipende dalla capacità di integrarli pienamente nella cultura aziendale e nelle politiche pubbliche: senza un cambiamento reale nei comportamenti e nelle norme sociali, il rischio è che restino interventi formali o parziali.

Quote di genere e barriere strutturali

Le quote di genere, come dimostra il caso italiano con la legge Golfo-Mosca, hanno contribuito ad aumentare la rappresentanza femminile nelle posizioni apicali (consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società quotate e a controllo pubblico) senza effetti negativi sulle performance aziendali. Eppure, il dibattito resta acceso, alimentato da timori legati al merito e alla qualità della selezione. Tuttavia, le evidenze mostrano che tali preoccupazioni sono in gran parte infondate: una maggiore diversità può migliorare i processi decisionali e la qualità complessiva della governance.

Il nodo centrale non è una contrapposizione tra equità e competenza, ma l’esistenza di barriere strutturali e culturali che limitano l’accesso alle opportunità. Superarle richiede un cambiamento profondo, che non si esaurisce nelle politiche formali. La leadership inclusiva emerge come un fattore decisivo: valorizzare prospettive diverse e promuovere ambienti di lavoro equi è essenziale per creare organizzazioni realmente inclusive.

Sfide future e rischio di arretramento

Le sfide future rendono questa trasformazione ancora più urgente. L’invecchiamento della popolazione, la competizione globale per i talenti e l’impatto dell’intelligenza artificiale stanno ridefinendo il mercato del lavoro. In questo contesto, consolidare diversità e inclusione è, più che mai, una leva strategica per la crescita e la competitività. Allo stesso tempo, emergono segnali di “backlash” che mettono in discussione queste politiche e ne ridimensionano la portata, mostrando come i progressi non siano irreversibili e come la parità di genere non sia ancora pienamente consolidata come valore condiviso.

Ridurre le disuguaglianze di genere significa agire sui meccanismi concreti che le producono. Solo così la parità potrà diventare una realtà nel presente, e non un obiettivo rimandato al futuro.

PAOLA PROFETA

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche