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Quando l’incertezza colpisce, non colpisce tutti allo stesso modo

, di Andrea Costa
Un nuovo studio su redditi, consumi e disuguaglianza negli Stati Uniti mostra che uno shock di incertezza economica produce effetti molto diversi nel breve e nel medio periodo

Quando aumenta l’incertezza economica, la prima reazione è quasi intuitiva: le imprese rinviano investimenti e assunzioni, le famiglie diventano più prudenti, i mercati finanziari arretrano. Produzione e consumi rallentano e la disoccupazione tende a salire. Ma dietro questi indicatori aggregati si nasconde una domanda più difficile: chi paga davvero il prezzo dell’incertezza?

La risposta non è necessariamente la stessa per un lavoratore con un reddito basso, per una famiglia della classe media e per chi si trova nella parte alta della distribuzione. E può cambiare radicalmente con il passare del tempo.

È questo il problema affrontato da Massimiliano Marcellino, del Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi e direttore del Baffi Centre on Economics, Finance and Regulation, insieme a Florian Huber dell’Università di Salisburgo e Tommaso Tornese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il loro studio, The Distributional Effects of Economic Uncertainty, pubblicato sull’International Economic Review, analizza come gli shock di incertezza economica si trasmettano all’intera distribuzione dei redditi da lavoro e dei consumi negli Stati Uniti.

Molti studi precedenti misurano la disuguaglianza attraverso un singolo indicatore (per esempio l’indice di Gini) oppure osservano alcuni percentili della distribuzione. Huber, Marcellino e Tornese scelgono invece di studiare l’intera forma della distribuzione, seguendone gli spostamenti dopo uno shock macroeconomico. Per farlo sviluppano un Functional Structural Vector Autoregression, o F-SVAR, che mette in relazione le variabili macroeconomiche con le distribuzioni dei redditi e dei consumi.

La distinzione è importante perché, come scrivono gli autori, “L'effetto degli shock di incertezza sulla disuguaglianza dipende dall'orizzonte temporale e dalla distribuzione specifica su cui ci si concentra.” In altre parole, chiedersi semplicemente se l’incertezza “aumenti o diminuisca la disuguaglianza” rischia di essere una domanda troppo generica. Bisogna specificare quale disuguaglianza e quando la si misura.

Il primo effetto: spariscono lavoratori dalla parte bassa della distribuzione

Lo studio individua infatti una dinamica in due tempi. Dopo un aumento inatteso dell’incertezza, PIL reale, consumi, investimenti e prezzi azionari diminuiscono, mentre la disoccupazione sale. Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente. La novità emerge quando si guarda dentro la distribuzione dei redditi.

Nei primi anni dopo lo shock, tra le persone che rimangono occupate diminuisce la quota di chi guadagna meno del PIL pro capite, mentre aumenta il peso relativo dei lavoratori con redditi più elevati. Contemporaneamente, però, cresce la quota di famiglie con bassi livelli di consumo.

Il risultato può sembrare un controsenso: come può diminuire il peso dei lavoratori a basso reddito proprio mentre l'economia peggiora?

La chiave sta nel denominatore. La distribuzione dei redditi analizzata dal paper riguarda gli occupati, non l’intera popolazione. L’interpretazione proposta dagli autori è che, nella prima fase, i lavoratori meno specializzati e a basso reddito siano più esposti alla perdita del posto. Uscendo dall’occupazione, escono anche dalla distribuzione salariale osservata. La disuguaglianza fra chi conserva il lavoro può così diminuire non perché i più poveri stiano diventando più ricchi, ma perché una parte di loro è diventata disoccupata.

Sul fronte dei consumi accade invece qualcosa di molto concreto: una parte delle famiglie scivola dalla zona centrale verso quella più bassa della distribuzione. Il deterioramento del reddito atteso e il rischio di disoccupazione sembrano quindi tradursi rapidamente in una maggiore prudenza nelle spese. Gli autori sintetizzano il meccanismo in una frase: “La propagazione degli shock di incertezza avviene in due fasi.” Ed è la seconda fase a cambiare ancora una volta il quadro.

Qualche anno dopo, la disuguaglianza torna a salire

Quando la disoccupazione comincia gradualmente a essere riassorbita, la quota dei lavoratori a basso reddito cresce nuovamente, mentre si restringe quella degli occupati con redditi intermedi. Nel frattempo, salari reali e produttività del lavoro si indeboliscono: nello studio raggiungono il loro punto più basso circa 5-6 anni dopo lo shock.

L’interpretazione avanzata dagli autori passa dagli investimenti. Durante la fase di incertezza le imprese investono meno; nel tempo, il minor investimento può tradursi in una produttività più debole e quindi in salari inferiori, soprattutto per i lavoratori meno qualificati. È una spiegazione proposta dagli autori, non una prova definitiva del singolo meccanismo causale.

Il risultato è che la disuguaglianza dei redditi da lavoro, dopo essere inizialmente diminuita tra gli occupati, torna ad aumentare. L’aumento dell’indice di Gini nella seconda fase viene riassorbito completamente soltanto dopo circa 8 anni.

Il comportamento dei consumi, però, racconta una storia diversa. La disuguaglianza complessiva dei consumi aumenta subito dopo lo shock, ma l’effetto è molto meno persistente: “la disuguaglianza nel consumo totale aumenta immediatamente dopo lo shock, ma l'effetto si esaurisce entro due anni dallo shock stesso.”

Due anni, quindi, contro effetti sulla distribuzione dei redditi che possono durare molto più a lungo.

Il frigorifero può aspettare, la spesa quotidiana no

Per capire meglio questo apparente ritorno alla normalità dei consumi, gli autori separano i beni durevoli dai beni non durevoli e dai servizi. Ed emerge così un’altra differenza significativa: il calo dei consumi di beni durevoli è molto persistente e si esaurisce soltanto circa 6 anni dopo lo shock. Per i beni non durevoli e i servizi, invece, la ripresa è più rapida.

Una possibile spiegazione è nell’accesso al credito. Le famiglie con redditi più bassi o reduci da periodi di disoccupazione possono continuare a incontrare difficoltà nel finanziare grandi acquisti, anche quando tornano a spendere per consumi quotidiani. Gli autori citano anche il possibile ruolo del miglioramento della fiducia e dei trasferimenti fiscali, ma precisano che non esiste un’unica spiegazione sulla base dei dati disponibili.

L’incertezza economica non crea semplicemente “più” o “meno” disuguaglianza. Ne modifica la geografia nel tempo. Prima colpisce il mercato del lavoro, espellendo in misura maggiore alcune categorie di lavoratori; contemporaneamente comprime i consumi delle famiglie più esposte. Poi, quando l’occupazione recupera, possono emergere gli effetti più persistenti in termini di investimenti mancati, produttività debole e condizioni creditizie peggiori.

Il risultato dipende quindi dalla fotografia che scegliamo di guardare. Scattata subito dopo lo shock, può mostrare una minore disuguaglianza salariale fra gli occupati. Qualche anno più tardi, la stessa economia può mostrare esattamente il contrario. È anche il motivo per cui concentrarsi soltanto sulla media, o persino su un singolo indice di disuguaglianza, può nascondere una parte essenziale della storia.

Va infine ricordato un limite importante: l’analisi dei redditi riguarda esclusivamente gli occupati e, a causa del modo in cui sono costruiti i dati delle indagini, lo studio non descrive in dettaglio l’estremità più ricca delle distribuzioni di reddito e consumo. Ma proprio mettendo insieme mercato del lavoro e comportamenti di spesa, il paper mostra perché gli shock di incertezza economica non possono essere compresi guardando soltanto al PIL: dietro una stessa recessione, famiglie diverse possono attraversare traiettorie molto diverse.

MASSIMILIANO MARCELLINO

Università Bocconi
Dipartimento di Economia