Perché proprio ora la guerra?
Sono passate quasi tre settimane da quando la coalizione USA/Israele ha iniziato la guerra contro l’Iran, diventata la crisi più osservata al mondo. Nonostante successi tattici, come l’eliminazione di importanti leader iraniani, la coalizione non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi strategici: rovesciare il regime, proteggere gli alleati statunitensi e mantenere la stabilità dei mercati. Non sorprende, quindi, che la maggior parte delle analisi si concentri su come si stia sviluppando il conflitto e su come potrebbe concludersi.
Perché adesso. Le radici del conflitto
Ma c’è un’altra domanda che vale la pena porsi: perché Iran e Stati Uniti stanno combattendo proprio ora? La tempistica è sorprendente, dato che i due Paesi sono nemici da quasi 50 anni e finora si erano limitati a guerre per procura e brevi scambi militari. Allo stesso modo, Israele sosteneva da tempo la necessità di un attacco, ma gli Stati Uniti avevano sempre rifiutato. In breve, le ragioni per combattere sono sempre esistite: cosa è cambiato?
Tre fattori chiave: leadership, deterrenza ed energia
Ritengo che la risposta sia triplice e offra indizi sul futuro della politica estera statunitense. Il primo fattore riguarda la minore percezione dei costi della guerra da parte dell’amministrazione Trump. Le esperienze di Vietnam, Iraq e Afghanistan avevano reso i presidenti precedenti più riluttanti a iniziare conflitti. La Dottrina Powell — secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero entrare in guerra solo con obiettivi chiari, forza schiacciante e una strategia di uscita plausibile — incarnava questa prudenza. Contro l’Iran, questi criteri erano difficili da soddisfare, per cui si privilegiavano strumenti alternativi come sanzioni economiche, azioni coperte e contenimento. Tuttavia, ciò che prima era impensabile è diventato possibile con una minore avversione al rischio, maggiore fiducia in operazioni limitate e minori scrupoli riguardo alle vittime civili.
Un secondo cambiamento riguarda la percezione delle capacità iraniane. Nell’ultimo decennio, Stati Uniti e Israele hanno colpito ripetutamente interessi centrali dell’Iran senza subire ritorsioni significative. Episodi come l’uccisione di Soleimani, l’indebolimento di Hezbollah in Libano, il crollo del regime di Assad in Siria e la guerra dei “12 giorni” della scorsa estate avevano fatto temere reazioni massicce che non si sono mai concretizzate. Col senno di poi sappiamo che l’Iran ha scelto di non utilizzare appieno le proprie capacità, ma all’epoca ogni episodio ha eroso la sua deterrenza, facendolo apparire come una “tigre di carta”.
Infine, va considerato un cambiamento strutturale nei mercati energetici: l’emergere degli Stati Uniti come principale produttore mondiale di petrolio e gas naturale. Dal 2019, gli USA sono esportatori netti di energia. Pur non essendo completamente immuni agli shock globali, risultano meno vulnerabili rispetto ai Paesi importatori. La paura dell’impatto sui prezzi del carburante, che aveva frenato le amministrazioni precedenti, pesa oggi molto meno.
Riconoscere questi tre fattori non significa escludere altre cause, come i bias ideologici dei decisori americani, né implica che la guerra stia procedendo secondo i piani — la risposta incerta degli USA al blocco dello Stretto di Hormuz suggerisce errori di calcolo. Tuttavia, essi spiegano perché Washington abbia considerato il conflitto un rischio gestibile.
Le conseguenze per l’Europa: tra autonomia e realismo
Questi tre elementi non spiegano solo l’inizio della guerra, ma hanno anche implicazioni dirette per la politica estera europea. Nel medio periodo, l’Europa deve aspettarsi un maggiore attivismo statunitense, alimentato dal carattere di Trump e dalla relativa resilienza dell’economia americana. Per proteggersi, dovrà investire nelle proprie aree di dipendenza, come difesa ed energia. I richiami all’autonomia strategica non sono nuovi (si pensi all’episodio della Groenlandia), ma la guerra in Iran dimostra che non si tratta più di una scelta, bensì di una necessità.
Nel breve periodo, l’Europa deve valutare come utilizzare le proprie capacità per contribuire alla fine del conflitto, anche aiutando a riaprire rotte commerciali bloccate. Non si tratta di lealtà alle alleanze o di principi astratti di unità transatlantica: Trump ha mostrato scarso rispetto per tali legami e non è detto che ricambi il sostegno europeo.
La decisione europea deve quindi basarsi sui propri interessi. Un intervento può essere giustificato se riduce i costi economici del conflitto per l’Europa stessa. Lasciare agli Stati Uniti le conseguenze delle proprie scelte strategiche può risultare emotivamente appagante, ma non è necessariamente razionale se gli effetti collaterali colpiscono pesantemente le economie europee. Mercati energetici, flussi commerciali e stabilità regionale contano più del risentimento.
L’Europa può inoltre sfruttare questa situazione per ottenere concessioni da Washington su altri dossier, come l’Ucraina o il commercio. Trump comprende questo tipo di logica transazionale. La questione cruciale è la credibilità: eventuali concessioni devono essere istituzionalizzate, non lasciate alla discrezionalità dell’attuale amministrazione.
La guerra in Iran è, a un livello, una vicenda tra Iran e Stati Uniti. A un altro livello, anticipa un mondo in cui il potere americano è esercitato con pochi vincoli e scarsa prevedibilità. Per l’Europa, la vera domanda non è se questo nuovo scenario sia desiderabile, ma come affrontarlo — e quanto rapidamente sia disposta a dotarsi degli strumenti necessari.