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Nucleare e potere: il mondo senza regole

, di Giunia Gatta - Adjunct professor di Human rights
Dall’Iran alla crisi dell’ordine globale, la deterrenza non basta più: quando la forza sostituisce il diritto, l’equilibrio diventa instabile

Di fronte alla forte perplessità di quasi tutti i suoi alleati, e perfino della Santa Sede, sull’attacco sferrato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, la risposta ricorrente di Donald Trump è che è assolutamente necessario smantellare ogni possibilità che l’Iran si armi di arsenali nucleari.

Sembra importante ricordare a questo proposito che gli Stati Uniti avevano ottenuto garanzie dall’Iran sull’uso puramente civile del nucleare nella prima metà degli anni 2010, garanzie da corroborarsi con ripetute visite da parte dell’agenzia internazionale per l’energia atomica. Durante la prima amministrazione Trump, gli Stati Uniti si erano ritirati da quell’accordo e l’Iran si era sentito libero di proseguire nell’acquisizione dell’energia nucleare sia per scopi civili che per scopi militari. In altre parole, è importante ricordare che poco più di dieci anni fa si era ottenuto per via diplomatica un accordo che ora si cerca di perseguire per via militare a costi diretti immensi per gli Stati Uniti e a costi indiretti altrettanto immensi per il mondo intero. Da questo computo escludo il costo incalcolabile delle vittime civili e militari nella regione.

Un equilibrio sempre più fragile

Il timore di una guerra nucleare ha segnato più di ottanta anni di storia mondiale, e si è accentuato quando l’Unione Sovietica ha acquisito la bomba atomica, a cavallo degli anni Cinquanta del secolo scorso. A partire da quella data, tuttavia, il timore si è accompagnato alla speranza che la cosiddetta distruzione reciproca assicurata fosse un deterrente sufficiente a prevenire l’uso delle armi atomiche da parte di chi le possedeva. Alcuni teorici del realismo politico suggeriscono addirittura che dobbiamo proprio alle armi nucleari questo periodo di guerra solo fredda, di cui abbiamo goduto per molti decenni.

Questo equilibrio si è incrinato ripetutamente a partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, e le condizioni che hanno portato il mondo a non avvilupparsi in una nuova guerra mondiale sono sembrate venire meno. Eppure le guerre, per europei e americani, sembravano avvenire magari vicine, ma sempre “altrove.” Perfino l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 sembra aver confermato che nessuna delle potenze nucleari sarebbe stata disposta a contrastare l’avanzata russa correndo il rischio di scatenare il primo conflitto mondiale all’ombra delle bombe atomiche. Il principio di deterrenza sembra sopravvivere, per ora, anche a leader avventati e poco prevedibili, ma per quanto tempo ancora potremo farci affidamento?

La guerra in Iran ci risveglia dal nostro rinnovato torpore e ci ricorda che continuiamo ad essere ad una distanza minima dall’annientamento repentino del pianeta.

Lezioni (dimenticate) del Novecento

Settanta anni fa Karl Jaspers, un filosofo esistenzialista tedesco, affidava ad una serie di programmi radiofonici della radio tedesca le sue riflessioni sulla bomba atomica e il futuro dell’umanità alla sua ombra. Al contrario di altri filosofi come Bernard Russell o Günther Anders, che nello stesso periodo erano fortemente critici dell’acquisizione e della possibilità che la bomba atomica fosse usata nuovamente, Jaspers provava una sorta di incondizionata lealtà nei confronti degli Stati Uniti e una forte ostilità verso l’Unione Sovietica, che vedeva come stato totalitario e in questo del tutto simile alla Germania Nazista. Per Jaspers, la libertà e l’indipendenza dall’Unione Sovietica venivano prima della pace. Questo filosofo vedeva il possesso della bomba, e la minaccia credibile di un suo uso, come condizione imprescindibile della sopravvivenza dell’ “Occidente”. Se per Bernard Russell il nemico della civilizzazione era la violenza, per Jaspers era l’Unione Sovietica. Per Anders, d’altra parte, pensare come possibile l’uso dell’arma atomica era già una concessione al totalitarismo.

Questi autori del passato offrono, credo, spunti interessanti per pensare alla nostra contemporaneità. Voglio però tornare alla postura intellettuale e politica di Jaspers, che le armi nucleari sono giustificate con il totalitarismo all’orizzonte, e riflettere su due elementi in particolare.

La fiducia incrinata tra alleati

Entrambi riguardano la pretesa degli Stati Uniti oggi di un’acquiescenza al proprio volere simile a quella data da Jaspers alle amministrazioni americane del suo tempo.

Il primo elemento è strategico. Jaspers si fidava ciecamente del fatto che gli Stati Uniti avrebbero salvato la Germania, e appunto l’intero “Occidente”, di fronte ad un rischio di invasione da parte dell’Unione Sovietica. La fiducia non era certo infondata in quegli anni. Ma ora? Gli Stati Uniti non perdono occasione per biasimare l’Europa per la sua mancanza di lealtà di fronte alle richieste americane di sostegno militare a questa guerra. Nel giorno in cui scrivo, Trump ha direttamente chiamato in causa l’Italia, tuonando che così come questo paese non ha sostenuto gli Stati Uniti nel loro momento di bisogno, così gli Stati Uniti non sosterranno l’Italia quando il paese ne avesse necessità. Queste dichiarazioni minacciano molto di più dell’Italia, dell’Europa, o degli altri alleati storici degli Stati Uniti. Minacciano gli Stati Uniti stessi e l’ordine mondiale.

Quando resta solo la forza

E qui passo dal piano strategico a quello dei principi.

Come menzionato eloquentemente dal Primo Ministro del Canada nel suo storico discorso al World Forum di Davos, l’ordine che si era costituito nel secondo dopoguerra non era perfetto, ma la decisione – prima di tutto degli Stati Uniti – di dare una curvatura legale alla politica internazionale a partire dai processi di Norimberga, aveva consentito di stendere un canovaccio di prevedibilità, e quindi di fiducia in alcuni principi dell’azione politica, a partire da alcune regole fondamentali che rendessero possibile una certa misura di cooperazione fra i paesi. Questa curvatura legale viene ora derisa proprio dal paese che l’aveva promossa, e il canovaccio si è strappato. Si è tornati al nazionalismo più cinico e più sprezzante delle regole e della decenza. L’idea di legittimità appassisce e rimane solo la forza bruta.

Ma la storia del pensiero politico, da Platone, ad Aristotele, e perfino con Machiavelli e Hobbes, per arrivare ai giorni nostri con Hannah Arendt e Vaclav Havel, ci ricorda che un ordine fondato solo sulla forza non è davvero un ordine: il più forte deve o guardarsi costantemente alle spalle, o appunto costruire un’apparenza di legittimità. Donald Trump si mostra sempre più sprezzante di qualsiasi legittimità che non sia fondata sulla forza bruta. Non rimane a lui che guardarsi costantemente alle spalle, e a noi che invece crediamo ancora, se non nella giustizia e nella decenza, almeno nell’ordine, non rimane che ostinatamente ribadirne l’importanza.

GIUNIA GATTA

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche

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