Contatti

Europa tra guerra e diritto: una sovranità messa alla prova

, di Paola Mariani
Di fronte al conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran, l’Unione europea cerca una posizione comune tra principi giuridici, interessi strategici e tensioni interne. La crisi rivela limiti strutturali ma anche segnali di una possibile svolta politica.

L’Unione europea si ritrova a subire gli effetti di un’altra guerra illegale ai sensi del diritto internazionale, dopo che nel 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina. L’uso della forza per aggredire altri Stati e per occuparne i territori è stato bandito dalla Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta dalla quasi totalità degli Stati, ed è considerato, a ragione, un principio cardine del diritto internazionale contemporaneo.

Un’Europa stretta tra principi e realtà geopolitica

In questo contesto geopolitico, in cui due superpotenze, titolari di un seggio permanente con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, deputato al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, violano palesemente i principi della Carta, l’Unione europea si trova in rotta di collisione. Non solo perché, in base al Trattato dell’Unione europea, l'azione dell'Unione sulla scena internazionale si prefigge di promuovere nel resto del mondo il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, ma anche per gli effetti nefasti che le guerre in atto hanno sulla sicurezza e sulle economie degli Stati membri. 

Il limite strutturale: una politica estera frammentata

Da un punto di vista delle relazioni con il resto del mondo, l’Unione è un gigante dai piedi di argilla. Mentre gli Stati membri hanno ceduto la sovranità sulla politica commerciale con i Paesi terzi all’Unione, che agisce autonomamente, la politica estera e di sicurezza resta sostanzialmente nelle mani degli Stati, che, avendo voluto l’unanimità nelle decisioni, hanno di fatto reso quasi impossibile la formazione di una politica estera comune nell’Unione.

Fino ad ora, salvo rare eccezioni, gli Stati stringevano alleanze e orientavano la loro politica estera in autonomia seguendo gli orientamenti politici dei governi in carica. La prima reazione alla guerra in Iran è stata invece unitaria. Gli Stati hanno compreso che agire in ordine sparso non solo non avrebbe portato alcun vantaggio nazionale, ma avrebbe messo a rischio la sicurezza dell’Europa. 

Una posizione comune (e una distanza dagli Stati Uniti)

Nell’ultimo Consiglio europeo del 16 marzo 2026 è stata adottata una posizione comune in opposizione all’attacco all’Iran, nella quale si ribadisce costantemente il rispetto del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e del diritto umanitario da parte di tutti gli attori coinvolti. Su questo aspetto si sono ritrovati Stati come la Spagna, che fin dall’inizio delle ostilità ha preso una posizione netta sull’illegalità della guerra, Stati più vicini agli Stati Uniti come la Polonia e Stati opportunisti governati da partiti sovranisti, che non hanno espresso posizioni autonome per non indispettire il loro sponsor americano, ma sono anche consapevoli che isolati non sarebbero in grado di proteggere la loro popolazione dagli effetti economici devastanti che questa guerra sta avendo sul resto del mondo e sull’Europa in particolare.

Le conclusioni non si limitano a semplici dichiarazioni di principio, ma stabiliscono impegni che gli Stati si assumono collettivamente. In primo luogo, gli Stati europei hanno convenuto che gli interventi per garantire la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz avverranno solo in caso di sospensione o cessazione delle ostilità. Questa scelta di politica estera e di sicurezza europea è molto significativa se si considera che Trump ha esortato un intervento diretto degli Stati europei in costanza di conflitto, invocando il rispetto degli impegni assunti in sede NATO. A prescindere dalla corretta interpretazione del Trattato del Nord Atlantico, comincia a intravedersi una posizione politica europea in netto contrasto con l’ormai ex alleato. 

Migrazioni, sicurezza e contraddizioni europee

In secondo luogo, gli Stati membri hanno affidato alla Commissione, e quindi all’Unione, di intervenire sulla sicurezza energetica e sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento, sulla migrazione e di proporre misure di coordinamento in merito al possibile impatto sulla sicurezza interna.

Gli Stati membri sono uniti nel timore di una nuova crisi migratoria analoga a quella del 2015/2016, quando, secondo i dati riportati in una recente intervista al Financial Times del commissario per l’immigrazione Bruner, furono presentate 2 milioni di richieste di asilo. Nella stessa intervista, il commissario riporta che l’Unione europea, attraverso lo strumento della protezione temporanea, ha accolto quattro milioni e trecentomila ucraini in fuga dalla guerra scatenata dalla Russia.

Purtroppo, dalle conclusioni emerge un approccio securitario che l’Unione è orientata ad adottare per respingere collettivamente un’eventuale ondata di rifugiati iraniani. Un approccio che ritroviamo nelle recenti politiche europee sulla migrazione, anche se i numeri riportati ne dimostrano la fallacia. L’accoglienza dei rifugiati ucraini, gestita applicando un regolamento europeo creato proprio per governare in modo ordinato ingenti flussi migratori causati da guerre interne e internazionali, non è stata percepita come un pericolo. L’assenza della propaganda da parte dei governi e dei partiti sovranisti ha consentito all’Unione europea e agli Stati membri di non venire meno ai principi e alle regole che informano il sistema democratico europeo espresso dalle costituzioni nazionali e dall’ordinamento giuridico dell’Unione.

Gli stessi ordinamenti nazionali, sotto maggior pressione dalle richieste di asilo, avrebbero interesse a ricorrere alla protezione temporanea, che consente la distribuzione dei richiedenti asilo nell’intera Unione europea. Questo l’ha capito la Danimarca, che sostiene comprensibilmente l’approccio securitario essendo lontana dai confini esterni dell’Unione. Che lo sostenga l’Italia è francamente incomprensibile.

Vai al Focus 'Guerra in Medio Oriente'