L'attacco all'Iran e l'erosione del divieto dell'uso della forza
La Crisi in Medio Oriente solleva interrogativi centrali sull’applicazione ed effettività di norme fondamentali del diritto internazionale. Gli attacchi mirati contro l’Iran, culminati in settimana nell’uccisione del leader supremo Ali Khamenei e di alti ufficiali militari, richiedono un’analisi sia sul piano della legittimità dell'uso della forza ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, sia sulle implicazioni per il diritto internazionale umanitario.
L'illegalità dell’attacco congiunto di USA e Israele all’Iran
La Carta delle Nazioni Unite, all'articolo 2(4), stabilisce un divieto chiaro e inderogabile all'uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo nei casi di legittima difesa o previa autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nel caso in esame, appare evidente che né gli Stati Uniti né Israele possano invocare la legittima difesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta. Non vi è stata alcuna aggressione armata da parte dell’Iran. Anche ad ammettere che la legittima difesa comprenda la minaccia imminente di un attacco armato che giustifichi l’uso della forza in via preventiva, non è questo il caso. Il programma nucleare iraniano rimane sotto il controllo dell’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Anche se plausibile, il sospetto che l'Iran possa utilizzare il suo programma nucleare per sviluppare armi atomiche in futuro non giustica un’azione militare unilaterale. Se Stati Uniti e Israele consideravano tale programma una minaccia alla pace, avrebbero dovuto rivolgersi al Consiglio di Sicurezza, ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.
L’attacco congiunto all’Iran si configura, quindi, come una palese violazione dello jus ad bellum e mina una volta di più la tenuta e la credibilità delle norme internazionali.
L’uccisione dei leader iraniani alla luce del diritto internazionale umanitario
I recenti attacchi contro leader iraniani, inclusi la guida suprema Ali Khamenei e altri alti funzionari, sollevano ulteriori questioni di diritto internazionale umanitario (jus in bello). Secondo le norme di diritto internazionale umanitario, i leader di uno Stato possono essere legittimamente attaccati se classificati come combattenti o se, in qualità di civili, partecipano direttamente alle ostilità. Tuttavia – è bene ribadirlo – anche qualora si potesse così qualificare la posizione dei leader iraniani, ciò non potrebbe giusticare l’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele all’Iran, che rimane una manifesta violazione del divieto all’uso della forza.
Il caso di Khamenei merita qualche considerazione perchè complesso. Sebbene il suo ruolo di comandante supremo delle forze armate iraniane possa qualificarlo come un obiettivo legittimo secondo il diritto umanitario, l’inizio delle ostilità tramite un attacco preventivo illegittimo solleva dubbi sull'applicabilità del principio di distinzione – che impone di distinguere sempre tra civili e combattenti, nonché tra obiettivi civili e militari, vietando attacchi contro persone o beni non direttamente coinvolti nelle ostilità – e sulla temporalità della partecipazione diretta alle ostilità. La stessa logica si applica al ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e ad altri funzionari, la cui qualificazione come obiettivi legittimi dipende dalla loro funzione e dal loro coinvolgimento operativo e, quindi, dall’applicazione delle norme di ius in bello.
Conclusioni
L’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele non solo viola una norma a fondamento del diritto internazionale contemporaneo, ma destabilizza ulteriormente una regione già segnata da conflitti e tensioni. La giustificazione dell'intervento come misura per prevenire una futura minaccia nucleare iraniana è debole sia sul piano fattuale che giuridico. Come osservato, l’AIEA non ha fornito prove di un'imminente capacità nucleare offensiva dell'Iran, e il ricorso alla forza non può essere giustificato per perseguire un cambio di regime, obiettivo dichiarato esplicitamente dall'amministrazione statunitense. La responsabilità del regime teocratico iraniano di ripetute violazioni delle norme a tutela dei diritti umani non cambia tale valutazione.
L’operazione militare congiunta contro l’Iran crea un nuovo pericoloso precedente di uso illegittimo della forza giustificato da ragioni dichiaratemente politiche, erodendo ulteriormente il sistema di sicurezza collettiva previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. La legittimazione implicita di attacchi preventivi basati su minacce percepite potrebbe rischia rompere una resistenza che, per quanto labile e già superata in passato, ha finora tutto sommato tenuto almeno come tabù contro l'uso arbitrario della forza. Questo aprirebbe la strada a una spirale di conflitti diffusi, dove la forza prevale sul diritto ormai svuotato della sua funzione regolatrice. Il risultato sarebbe un'era di "guerra permanente", dove l'unica speranza residua sarebbe che i conflitti restino il più possibile circoscritti.