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Morti sul lavoro, l’emergenza che non passa

, di Maurizio Del Conte
Oltre mille vittime l’anno in Italia: un bilancio che si ripete e rischia di diventare normalità. Leggi avanzate non bastano: servono prevenzione mirata, tecnologia, lotta al lavoro nero e nuova formazione. È tempo di passare dall’indignazione a una strategia strutturale.

Nel 2025 sono stati denunciati in Italia 1.093 infortuni mortali sul lavoro. È un dato che si ripete ogni anno, con leggerissime variazioni. Ed è proprio la puntuale ricorrenza di questo drammatico bilancio annuale che fa sorgere il fondato sospetto che, ormai, ci siamo rassegnati ad accettare le morti sul lavoro come un destino inevitabile. La sicurezza compare nel dibattito pubblico quasi esclusivamente all’indomani di una tragedia, alimenta per qualche giorno l’indignazione collettiva, poi svanisce sotto il peso di altre urgenze. Questo approccio mina inesorabilmente il diffondersi di una solida cultura della prevenzione. Normalizza il rischio. Trasforma la morte sul lavoro in un fatto quasi atteso. Se vogliamo invertire la rotta, la sicurezza deve diventare la prima voce dell’agenda del lavoro, non una delle tante. In realtà ci sono ampi margini per rafforzare la sicurezza sul lavoro. Ma occorre individuare con chiarezza su quali versanti intervenire e quali leve agire.

Norme avanzate, prevenzione debole

Ogni volta che un infortunio mortale guadagna la ribalta della cronaca, si invocano nuove leggi e sanzioni più severe. Eppure, l’Italia dispone di uno degli apparati normativi più avanzati d’Europa. Il decreto legislativo n. 81 del 2008 ha sistematizzato decenni di elaborazione giuridica, rafforzando obblighi, sanzioni e strumenti di partecipazione. Già nel 1970 lo Statuto dei Lavoratori sanciva il diritto delle rappresentanze dei lavoratori di controllare l’applicazione delle norme prevenzionistiche e di promuovere ogni misura utile a tutelare la salute e l’integrità fisica di chi lavora. Una norma di straordinaria modernità che, a oltre mezzo secolo di distanza, rimane tuttavia non sempre e non pienamente applicata nelle imprese.
Certo, una delle ragioni della scarsa effettività delle norme è di natura strutturale: il tessuto produttivo italiano è composto per larghissima parte da piccole e microimprese, spesso con risorse limitate e organizzazioni poco managerializzate. D’altra parte, presidiare ogni realtà produttiva del Paese con gli ispettori del lavoro è semplicemente impossibile. Serve allora un cambio di approccio: passare da controlli episodici a un sistema di intelligence preventiva basato sull’uso integrato dei dati pubblici. Ministero del Lavoro, INPS e INAIL dispongono di informazioni preziose che, se incrociate, possono individuare i profili di rischio e orientare gli interventi. In questo scenario, anche le nuove tecnologie possono fare la differenza: sistemi digitali e intelligenza artificiale già sperimentati nei cantieri consentono di prevenire i rischi in tempo reale, nel rispetto della privacy e con il coinvolgimento delle parti sociali.

Il nodo del lavoro sommerso

A mettere a rischio la sicurezza del lavoro c’è però anche un fronte spesso trascurato: il lavoro sommerso. I dati INAIL indicano che i lavoratori in nero hanno una probabilità significativamente più alta di subire infortuni. Invisibili per il sistema, non formati né informati, privi di tutele assicurative e spesso ricattabili, questi lavoratori pagano il prezzo più alto. La lotta al lavoro nero e allo sfruttamento non è solo una questione di legalità: è una condizione indispensabile per salvare vite.

Imprese e formazione, la svolta necessaria

Sul fronte datoriale, il rischio è ridurre la sicurezza a un adempimento burocratico. Ma è una visione miope: gli infortuni hanno costi elevati, economici e reputazionali. Un’impresa sicura è anche più efficiente, più attrattiva e più solida.
Accanto a questo, è indispensabile ripensare la formazione. Non solo quella obbligatoria, spesso svolta in modo frettoloso, ma una formazione professionale continua e di qualità. Un lavoratore competente riconosce i rischi e li gestisce prima che si trasformino in incidenti. Investire in competenze significa tutelare la vita e rafforzare il sistema produttivo.
Le leggi ci sono. I dati ci sono. La tecnologia c’è. È il momento di passare dalle reazioni emotive a un piano concreto per la tolleranza zero sulla sicurezza.

MAURIZIO DEL CONTE

Università Bocconi
Dipartimento di Studi Giuridici
Campus life

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