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Nuovo shock energetico. Dopo l'Ucraina

, di Matteo Di Castelnuovo
Dopo una fase di relativa normalizzazione dei mercati energetici, il nuovo conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran riaccende le tensioni su petrolio e gas. Il Brent supera gli 80 dollari, il TTF europeo balza verso i 45 €/MWh. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, riaffiorano fragilità strutturali che rendono la transizione energetica una necessità strategica oltre che ambientale

Dopo i picchi straordinari registrati a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, i mercati energetici internazionali avevano progressivamente riassorbito le tensioni più acute. Nel corso del 2024 e del 2025 i prezzi del petrolio si erano stabilizzati ben al di sotto dei massimi post-bellici e le quotazioni del gas europeo erano rientrate drasticamente rispetto ai record superiori ai 300 €/MWh toccati nella fase più critica della crisi. In questo contesto, le prospettive per il 2026 apparivano relativamente favorevoli.

Nel rapporto di febbraio 2026 sul petrolio, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) indicava un equilibrio tra domanda e offerta tale da suggerire prezzi del greggio stabili o moderatamente discendenti nel corso dell’anno. Similmente il rapporto del primo trimestre segnalava un miglioramento dei fondamentali del gas naturale, grazie all’espansione della capacità globale di esportazione di LNG e a livelli di stoccaggio europei ritenuti complessivamente adeguati. Lo scenario centrale era quindi quello di una normalizzazione graduale, con minori pressioni inflazionistiche e maggiore prevedibilità macroeconomica.

Il ritorno del rischio geopolitico sul petrolio

Il nuovo conflitto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha tuttavia modificato rapidamente queste aspettative. Nei primi giorni il Brent è già salito del 10%, superando gli 80 dollari al barile. Il movimento riflette l’incorporazione di un premio per il rischio geopolitico legato allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio. Anche senza una chiusura formale del passaggio, attacchi a navi cisterna e infrastrutture energetiche hanno aumentato i costi assicurativi dello shipping e alimentato la volatilità dei mercati.

Il gas, il vero punto critico per l’Europa

Se l’impatto sul petrolio è significativo, quello sul gas naturale appare potenzialmente più destabilizzante, in particolare per l’Europa. A differenza del greggio infatti, il mercato globale del gas, soprattutto nella forma di gas naturale liquefatto (GNL), è meno liquido, più concentrato e fortemente dipendente da infrastrutture localizzate. In questo quadro il ruolo del Qatar è cruciale: il Paese è tra i primi esportatori mondiali di GNL e rappresenta circa un quinto del commercio globale di gas liquefatto. La sospensione o riduzione delle attività della principale compagnia nazionale qatariota, in seguito agli attacchi e ai rischi logistici nel Golfo, ha immediatamente ridotto i carichi disponibili per Europa e Asia, aumentando la competizione fra queste due regioni.

La reazione dei prezzi è stata netta. Il benchmark europeo TTF, che prima del conflitto oscillava intorno ai 30–32 €/MWh, ha registrato rialzi prossimi al 40%, con quotazioni salite nell’area dei 44–47 €/MWh e punte ancora superiori nei momenti di maggiore tensione. La minore flessibilità del mercato del gas amplifica l’effetto di interruzioni anche parziali.

La vulnerabilità strutturale italiana ed europea

Per l’Europa la vulnerabilità è strutturale. Dopo il 2022, la sostituzione del gas russo con GNL ha rafforzato la dipendenza da fornitori come Qatar e Stati Uniti. In Italia, nel 2025 circa un terzo dei consumi nazionali di gas è stato coperto da importazioni di GNL e, di queste, circa il 24% proveniva proprio dal Qatar: un dato che evidenzia l’esposizione diretta del sistema energetico italiano a eventuali interruzioni nel Golfo. Le scorte, pur ricostituite rispetto alla fase più critica della crisi ucraina, restano inferiori alla media stagionale, a causa delle temperature più basse, limitando il margine di assorbimento di nuovi shock. Poiché in molti paesi il gas determina il prezzo marginale dell’elettricità, un suo rincaro si trasmette rapidamente alle bollette e ai costi industriali, con effetti potenzialmente inflazionistici.

Decarbonizzazione come strategia di sicurezza

La stabilità delineata dall’IEA era chiaramente condizionata alla permanenza di un contesto geopolitico relativamente stabile. La ricorrenza di crisi – dall’Ucraina al Medio Oriente – evidenzia la vulnerabilità di economie ancora fortemente dipendenti da petrolio e gas. La decarbonizzazione appare ora più che mai non soltanto come una scelta ambientale ma anche una strategia di sicurezza e competitività economica: un sistema energetico meno dipendente dagli idrocarburi (oggi dal Medioriente, un domani dagli Stati Uniti?) e meno esposto a variabilità geopolitiche attenua la probabilità che conflitti regionali si traducano in shock inflazionistici e instabilità macroeconomica.

Matteo Di Castelnuovo

Direttore del Master in Sustainability Management, SDA Bocconi