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La scienza? Una componente della cittadinanza

, di Barbara Orlando
Non basta informare sulla scienza: serve mettere le persone nelle condizioni di comprenderla, discuterla e usarla nelle decisioni collettive. Per Paola Dubini e Fiorenzo Galli, Scienza è cultura (Egea), occorre costruire cittadinanza scientifica

La tesi è netta e poco consolatoria: non basta più “comunicare meglio” la scienza. Il problema è più profondo. Nelle società contemporanee, la scienza è diventata una componente strutturale delle decisioni pubbliche, ma gli strumenti culturali per comprenderla restano fragili, diseguali e spesso inadeguati. Il risultato è un cortocircuito: da un lato il rischio di tecnocrazie che impongono decisioni in nome dell’evidenza, dall’altro una sfiducia crescente che alimenta polarizzazione e rifiuto.

È da qui che parte Scienza è cultura (Egea), il dialogo tra Paola Dubini, professoressa di Management all’Università Bocconi, e Fiorenzo Galli, direttore generale del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci. Due prospettive diverse – accademica e museale – che convergono su un punto: la scienza non può restare affare degli esperti. È una questione di cittadinanza.

“La scienza non offre certezze definitive, ma strumenti per orientarsi nell’incertezza”, osserva Dubini. “Il problema è che questi strumenti non sono ancora patrimonio condiviso”. E infatti il punto non è quanto sappiamo, ma come – e se – siamo messi nelle condizioni di capire. “La distanza tra scienza e società non è naturale: è costruita”, aggiunge Galli. “E può essere ridotta solo rendendo la scienza parte della cultura civica”».

Che cosa significa davvero cittadinanza scientifica, e perché oggi la scienza non è più un tema per addetti ai lavori?

Paola Dubini. Significa riconoscere che la scienza non è qualcosa che possiamo osservare da fuori. Le decisioni che contano – dalla salute all’energia, dalla tecnologia all’ambiente – sono sempre più fondate su conoscenze scientifiche complesse. Se non abbiamo gli strumenti per abbracciare questa complessità rinunciamo di fatto a partecipare. La cittadinanza scientifica è la capacità di comprendere, valutare e utilizzare queste conoscenze nei processi di decisione collettiva.

Fiorenzo Galli. Non si tratta di trasformare tutti in scienziati, ma di mettere le persone nelle condizioni di esercitare un giudizio. Il problema è che oggi questa competenza non è distribuita. E quando manca, si creano due reazioni opposte: la delega totale agli esperti oppure il rifiuto della scienza. Nessuna delle due è compatibile con una democrazia matura.

Non basta aumentare la quantità di informazione scientifica?

Dubini. Essere più alfabetizzati da un punto di vista scientifico è certamente necessario, ma è solo i primo passo. La scienza non produce verità definitive, ma risultati sempre provvisori, legati alle conoscenze disponibili in un dato momento. Se questo non viene compreso, ogni cambiamento di posizione viene percepito come incoerenza o manipolazione. Informare non basta: bisogna costruire capacità di interpretazione.

Galli. Durante la pandemia lo abbiamo visto chiaramente. I cittadini chiedevano certezze, ma la scienza poteva offrire solo ipotesi progressivamente più solide. Questo scarto ha generato sfiducia. E quando la comunicazione semplifica o nasconde l’incertezza, il risultato è ancora peggiore.

Quanto pesa oggi la distanza tra comunità scientifica e società?

Galli. Molto. Il progresso della scienza segue processi imperfetti ma relativamente trasparenti all’interno delle comunità scientifiche, nel confronto tra pari, ma molto poco chiari verso l’esterno. Per chi non frequenta quel mondo, i linguaggi e le regole restano opachi. Questo alimenta la percezione di una comunità chiusa, distante.

Dubini. E questa distanza si innesta su forti asimmetrie informative. I cittadini devono formarsi un’opinione su temi complessi senza avere sempre gli strumenti per farlo. In questo spazio si inseriscono disinformazione, semplificazioni, narrazioni polarizzate.

Nel libro insistete sul fatto che la scienza è un’attività umana. Perché è un punto così importante?

Dubini. Perché aiuta a evitare due errori opposti: considerarla infallibile oppure considerarla manipolata. La scienza è fatta di tentativi, errori, verifiche. Progredisce a piccoli passi e ammette la propria fallibilità. È proprio questa struttura che la rende affidabile nel lungo periodo.

Galli. Ma questa natura è difficile da accettare fuori dalle comunità scientifiche. L’incertezza viene spesso letta come debolezza, mentre è una componente strutturale del metodo. Se non si capisce questo, il rapporto con la scienza resta fragile.

Oggi la ricerca è sempre più intrecciata con interessi economici e politici. Che impatto ha questo sulla cittadinanza scientifica?

Galli. Un impatto enorme. La ricerca non si fa più solo nelle università, ma anche nelle imprese, spesso con risorse molto maggiori. Questo non è un problema in sé, ma cambia gli equilibri: le priorità possono essere guidate da logiche economiche più che da bisogni collettivi.

Dubini. E rende ancora più importante la capacità dei cittadini di orientarsi. Se le traiettorie della scienza sono influenzate da attori diversi – pubblici e privati – serve una maggiore consapevolezza diffusa per poterle discutere e valutare.

Che ruolo deve avere lo Stato in questo scenario?

Dubini. Un ruolo di equilibrio. Lo Stato è committente, regolatore, mediatore. Deve garantire che la ricerca risponda anche a interessi pubblici e non solo privati, e deve creare le condizioni per un dibattito informato.

Galli. Ma deve anche accettare una sfida difficile: comunicare l’incertezza. La politica tende a offrire risposte nette, la scienza no. Integrare queste due logiche è complesso, ma inevitabile.

Qual è, allora, il contributo specifico della cittadinanza scientifica alla democrazia?

Dubini. Rende possibile un confronto più solido. Non elimina il conflitto, ma lo sposta su basi informative condivise. Permette di discutere di scelte collettive senza ridurle a contrapposizioni ideologiche o emotive.

Galli. In assenza di questa competenza, il rischio è duplice: o la scienza viene usata come strumento tecnocratico, oppure viene rifiutata come imposizione. In entrambi i casi, la qualità delle decisioni pubbliche si riduce.

Università, scuole, musei: chi deve costruire questa cittadinanza scientifica?

Galli. Tutti, ma le istituzioni culturali hanno un ruolo decisivo. I musei scientifici, per esempio, possono essere luoghi di mediazione, non solo di divulgazione: spazi in cui si sperimenta, si discute, si costruisce familiarità con la complessità.

Dubini. Serve un lavoro continuo, lungo tutto l’arco della vita. La cittadinanza scientifica non è una competenza che si acquisisce una volta per tutte. È un processo.

In sintesi: qual è il rischio se non affrontiamo questo tema?

Dubini. Che la scienza resti fuori dalla sfera pubblica, venga utilizzata senza essere compresa, alimenti disuguaglianze profonde.

Galli. E che la democrazia si indebolisca. Perché oggi, senza una minima cittadinanza scientifica, non si è davvero in grado di partecipare alle decisioni che contano.

Scienza è cultura

La scienza è oggi una componente strutturale dello sviluppo e delle decisioni pubbliche, con implicazioni importanti sulla vita collettiva. Eppure, gli strumenti culturali per comprenderla e discuterne democraticamente restano fragili e disomogenei. Il dialogo di Scienza è cultura tra Paola Dubini e Fiorenzo Galli nasce da questa constatazione e riflette su come integrare la scienza nella sfera pubblica in modo democratico, senza delegarla ai soli esperti ridurla a tecnocrazia.