Italia, la crescita che non parte
Mentre l’Europa torna a discutere di regole fiscali e negli Stati Uniti i tassi restano alti più a lungo del previsto, l’Italia si ritrova ancora una volta nello stesso punto: crescita debole, debito elevato e margini di manovra ridotti. I numeri raccontano una contraddizione sempre più evidente. Da un lato quasi 3.000 miliardi di debito pubblico, dall’altro oltre 6.000 miliardi di risparmio privato che però non si trasformano in investimenti produttivi.
Nel frattempo, la competizione globale accelera: le grandi piattaforme americane dominano i mercati, la Cina spinge su industria e tecnologia, e l’Europa fatica a trovare una strategia industriale comune. In questo scenario, l’Italia continua a oscillare tra difesa e attesa. È qui che si inserisce la riflessione di Stefano Caselli nel suo libro Il futuro non aspetta (Egea): il vero problema non è solo quanto debito abbiamo, ma che cosa scegliamo di fare per crescere.
Partiamo dalla domanda che si pone nel libro: l’Italia è un paese da numeratore o da denominatore?
È una domanda semplice ma decisiva. Il numeratore è il debito, il denominatore è il PIL. Se continuiamo a concentrarci sul primo, restiamo prigionieri del passato. Se invece lavoriamo sul secondo, costruiamo il futuro. Il punto è che la crescita non è automatica: richiede investimenti, rischio e soprattutto una scelta di campo chiara.
Lei insiste molto sul capitale di rischio. Perché è così centrale?
Perché è l’opposto del debito, non solo tecnicamente ma culturalmente. Il capitale di rischio è apertura, sfida, trasformazione. Il debito è disciplina, ma anche conservazione. Senza equity non c’è innovazione, non c’è crescita dimensionale, non si creano imprese capaci di competere davvero. È lì che si gioca la partita.
Eppure l’Italia resta un paese fortemente bancocentrico.
Sì, e oggi rispetto al passato è un limite. Abbiamo un’enorme quantità di risparmio privato, ma non lo colleghiamo abbastanza all’economia reale. Il risultato è un paradosso: siamo un paese ricco che cresce poco. Quel risparmio deve andare verso imprese, innovazione, progetti di lungo termine. Altrimenti diventa solo rendita.
Nel libro emerge anche una critica implicita al modello di impresa italiano.
Più che una critica, è una constatazione. Abbiamo un tessuto straordinario di PMI, ma manca il salto dimensionale. Senza imprese grandi non si investe abbastanza, non si attraggono talenti, non si regge la competizione globale. Non si tratta di sostituire le PMI, ma di farle crescere.
Questo vale anche per l’Europa?
Ancora di più. L’Europa oggi soffre un problema di scala. In un mondo di piattaforme globali, la dimensione conta. Senza grandi imprese e grandi intermediari finanziari rischiamo di essere marginali. La Capital Markets Union è un passaggio decisivo, ma serve anche una visione industriale comune.
Nel libro parla di “polycrisis”. Quanto pesa questo contesto sulle scelte economiche?
Moltissimo. Non siamo di fronte a una crisi sola, ma a crisi multiple: geopolitiche, energetiche, sociali. Questo rende tutto più complesso ma anche più urgente. Innovazione, sostenibilità e infrastrutture non sono più opzioni, sono condizioni di sopravvivenza.
Il ruolo dello Stato in tutto questo qual è?
Lo Stato deve creare le condizioni, non sostituirsi al mercato. Deve orientare, incentivare, moltiplicare le risorse. E quando interviene direttamente deve farlo con logiche chiare, temporanee, misurabili. Non possiamo più permetterci interventi senza strategia.
Alla fine il suo è un libro ottimista o preoccupato?
Entrambe le cose. Ottimista perché le risorse ci sono: capitale, risparmio, competenze. Preoccupato perché manca ancora una scelta netta. Il futuro non aspetta, e noi dobbiamo decidere se subirlo o costruirlo.
Il futuro non aspetta
L’Italia si trova di fronte a una scelta decisiva: continuare a essere un Paese “focalizzato sul numeratore”, concentrato sulla componente del debito nel rapporto debito/PIL, oppure diventare finalmente un Paese “focalizzato sul denominatore”, puntando a far crescere il PIL attraverso investimenti coraggiosi e una visione di lungo periodo. In 'Il futuro non aspetta' (Egea, 2025) Stefano Caselli affronta questa sfida .