Perché Europa e Cina hanno preso strade diverse
L’idea centrale è semplice e spiazzante: Europa e Cina non sono diventate diverse per caso, ma perché per mille anni hanno imparato a cooperare in modi opposti. Da una parte una società costruita su corporazioni, città autonome e una competizione continua tra poteri; dall’altra una civiltà organizzata intorno ai clan e a uno Stato centralizzato capace di garantire ordine e continuità. È questa divergenza nelle “infrastrutture sociali” ad aver inciso, nel lungo periodo, su chi innovava, chi accumulava conoscenza e chi sviluppava istituzioni inclusive, e su chi invece ha privilegiato stabilità e controllo.
In Two Paths to Prosperity (l’edizione italiana è pubblicata da EGEA), Avner Greif, Joel Mokyr e Guido Tabellini ricostruiscono mille anni di storia comparata per mostrare che la grande frattura tra Occidente e Cina non nasce con la Rivoluzione industriale, ma molto prima, quando cultura, moralità sociale e forme di cooperazione quotidiana hanno iniziato a divergere. «Le istituzioni politiche non nascono nel vuoto: riflettono il modo in cui una società ha imparato a cooperare e a risolvere i conflitti», spiega Guido Tabellini. Ed è proprio in queste differenze profonde che si radicano traiettorie istituzionali difficili da correggere nel breve periodo.
Il libro parla direttamente al presente. Come osserva Joel Mokyr, «l’innovazione moderna non è il frutto di un colpo di genio, ma di un ambiente che permette alle idee di competere e di sopravvivere anche quando disturbano il potere». Da qui l’immagine di un’Europa strutturalmente aperta ma fragile, e di una Cina capace di efficienza amministrativa e crescita rapida, ma segnata da rigidità politiche che vengono da lontano.
Questa intervista con Joel Mokyr e Guido Tabellini prova a mettere a fuoco le implicazioni di questa tesi, e a interrogarsi su cosa resta oggi di quei due percorsi storici così distanti.
Il libro mostra come Europa e Cina abbiano seguito per mille anni traiettorie istituzionali e culturali molto diverse. Qual era l’enigma storico che volevate davvero risolvere quando avete iniziato a scriverlo, e perché era importante farlo oggi?
Guido Tabellini. L’enigma era capire perché due civiltà entrambe sofisticate, ricche di capitale umano e con una lunga tradizione statale abbiano prodotto istituzioni politiche così diverse e risultati opposti nel lungo periodo. Volevamo spostare l’attenzione da spiegazioni immediate – come la geografia o singoli shock storici – a fattori più profondi: il modo in cui le società si organizzano per cooperare e risolvere conflitti. È importante oggi perché viviamo in un mondo in cui il confronto tra modelli istituzionali è tornato centrale, e senza una prospettiva storica di lungo periodo rischiamo di fraintendere le vere radici di quel confronto.
Joel Mokyr. Per me l’enigma era perché l’innovazione moderna – quella cumulativa, sistematica, che porta alla Rivoluzione industriale – sia emersa in Europa e non in Cina, che pure era stata per secoli tecnologicamente avanzata. Il libro cerca di mostrare che non si tratta di genialità individuale o di eventi fortuiti, ma di un ambiente istituzionale e culturale che rende possibile la produzione e la diffusione di conoscenza. È una domanda attuale perché oggi tutti i Paesi cercano di “costruire” innovazione, ma spesso sottovalutano quanto essa dipenda da condizioni sociali profonde.
Sostenete che la divergenza non nasce dalla politica in senso stretto, ma dalla struttura sociale: clan in Cina, corporazioni in Europa. Perché questa differenza di base ha generato due modi opposti di costruire lo Stato?
Tabellini. Perché le istituzioni politiche non nascono nel vuoto: rispecchiano le forme di cooperazione già presenti nella società. In Cina la cooperazione era prevalentemente interna ai clan, basata su legami di parentela, gerarchia e obblighi morali ascrittivi. Questo riduceva la necessità di regole impersonali e di rappresentanza politica. In Europa, al contrario, la cooperazione avveniva tra individui non imparentati, all’interno di corporazioni con scopi specifici. Questo ha creato una domanda di regole formali, diritti, procedure condivise e meccanismi di controllo del potere. Lo Stato europeo si è sviluppato come estensione e generalizzazione di queste pratiche; quello cinese si è innestato su strutture sociali che già garantivano ordine senza inclusione politica.
Molti interpretano la storia europea come una sequenza di guerre che hanno rafforzato lo Stato. Nel libro dite che le guerre non bastano: serviva anche una società capace di negoziare. Dove si vede, oggi, l’eredità di quella capacità negoziale e dove invece sta cedendo?
Tabellini.Le guerre hanno rafforzato lo Stato solo dove esistevano attori sociali organizzati con cui negoziare: città autonome, assemblee, corpi intermedi. In Europa, i sovrani hanno dovuto concedere diritti e rappresentanza in cambio di risorse fiscali. Questa eredità è visibile nello Stato di diritto, nella separazione dei poteri, nei sistemi di rappresentanza. Oggi però questi meccanismi sono sotto pressione: quando la fiducia generalizzata diminuisce e le istituzioni intermedie si indeboliscono, anche la capacità di gestire conflitti complessi attraverso il compromesso si riduce.
Se la Cina imperiale ha prosperato per secoli con istituzioni autocratiche stabili, cosa vi fa dire che la democrazia rappresentativa sia ancora un vantaggio competitivo e non un freno in un mondo che accelera?
Tabellini. Il libro non sostiene che esista un modello universalmente superiore. La Cina imperiale ha funzionato bene in un contesto in cui la priorità era la stabilità e il controllo di una società agricola vasta e relativamente omogenea. Ma quando l’innovazione, la complessità economica e la necessità di adattamento rapido diventano centrali, i limiti di un sistema chiuso emergono. Le democrazie sono lente e conflittuali, ma incorporano meccanismi di apprendimento e correzione degli errori. Nel lungo periodo, questa capacità di adattamento è stata un vantaggio, non un ostacolo.
Scrivete che la Rivoluzione industriale è stata possibile perché l’Europa ha prodotto e protetto élite capaci di innovare. Se doveste indicare il momento o il meccanismo in cui questa “infrastruttura della conoscenza” ha davvero cambiato passo, quale sarebbe?
Mokyr. Non esiste un singolo momento, ma un processo cumulativo che accelera tra XVII e XVIII secolo. Il meccanismo chiave è la formazione di una comunità europea della conoscenza: università, accademie scientifiche, società di studiosi che condividono norme comuni, riconoscono il merito e permettono la circolazione delle idee oltre i confini politici. Questa infrastruttura non era statale, ed è proprio questo il punto: la conoscenza poteva sopravvivere anche quando entrava in conflitto con il potere politico.
Uno dei contrasti più netti nel libro è tra la competizione intellettuale europea e il controllo statale cinese sull’educazione. Oggi la Cina investe massicciamente in ricerca: può un sistema gerarchico generare innovazione radicale o resta un limite strutturale?
Mokyr.I sistemi gerarchici possono generare innovazione incrementale e mobilitare risorse su larga scala, ma faticano a produrre innovazione radicale e non prevista. L’innovazione di frontiera richiede tolleranza per l’errore, dissenso e competizione tra idee. Nel lungo periodo, il controllo statale sulla conoscenza tende a privilegiare ciò che è utile al potere, non ciò che lo mette in discussione. Questo è stato un limite storico della Cina imperiale e potrebbe tornare a esserlo anche oggi.
Sostenete che l’Europa ha innovato perché non aveva paura di mettere in discussione l’autorità. Guardando oggi alla scienza regolata e alla pressione politica sulla ricerca: siamo sicuri che l’Europa abbia ancora quella libertà?
Mokyr.Non è garantito. La libertà intellettuale non è una conquista irreversibile. Il libro mostra che l’innovazione prospera solo quando esiste una concorrenza reale tra idee e quando chi produce conoscenza non dipende da un unico centro di potere. Se la ricerca diventa eccessivamente regolata o politicamente orientata, anche le società europee rischiano di perdere uno dei loro vantaggi storici fondamentali.
Nel libro emerge che gli incentivi delle élite hanno determinato più di molte variabili strutturali. Chi sono oggi le élite che decidono il prossimo ciclo di divergenza globale?
Tabellini.Oggi le élite decisive sono quelle che controllano l’accesso alla conoscenza, alla tecnologia e ai mercati globali. Le istituzioni funzionano se riescono ad allineare gli incentivi di queste élite con l’interesse collettivo. Quando questo allineamento si rompe, anche sistemi formalmente inclusivi possono produrre stagnazione.
Mokyr. Aggiungerei che contano soprattutto le élite cognitive: scienziati, ingegneri, imprenditori innovativi. Il punto non è solo chi sono, ma se operano in un ambiente che premia la scoperta o la conformità.
Guardando ai vostri risultati, quale rischio vedete nel presente: che l’Europa perda la sua capacità di cooperare tra estranei, o che la Cina riproduca un modello di crescita che non riesce più a sostenere?
Tabellini.Il principale rischio europeo è che la sua frammentazione politica, che in passato è stato un punto di forza, oggi la renda succube dei paesi più grandi e aggressivi.
Mokyr. Il rischio cinese è l’opposto: una straordinaria capacità organizzativa che però fatica a rinnovare le proprie basi istituzionali. Nel lungo periodo, entrambi i rischi sono seri.
Due strade verso la prosperità
'Two Paths to Prosperity' (Princeton University Press, versione italiana di EGEA) è il risultato di oltre vent’anni di lavoro di Avner Greif, Joel Mokyr e Guido Tabellini. Attraverso mille anni di storia comparata, il libro ricostruisce le ragioni profonde della divergenza tra Europa e Cina.