La democrazia e i suoi limiti
Le democrazie non crollano solo sotto i colpi di regimi autoritari o a causa di svolte traumatiche. Più spesso si consumano lentamente, svuotate dall’interno, quando la volontà della maggioranza viene confusa con la sovranità assoluta, quando il limite è percepito come un ostacolo e non una garanzia, quando il conflitto tra istituzioni o tra le parti si trasforma in delegittimazione reciproca. È da questa constatazione che muove Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico (Egea, 2025), il nuovo libro di Marta Cartabia, giurista della Bocconi, già presidente della Corte costituzionale e ministra della Giustizia. Un libro che non è un esercizio accademico, ma un intervento civile nel tempo presente, attraversato da casi concreti, decisioni giudiziarie, tensioni istituzionali che raccontano una democrazia sotto stress. Al centro, il ruolo delle corti costituzionali come presidi di equilibrio, chiamate a ricordare che “anche il potere democratico deve esercitarsi entro limiti condivisi, se non vuole trasformarsi in arbitrio”. In questa intervista, Cartabia chiarisce il senso di quella “custodia” che non coincide con la conservazione dell’esistente, ma con una vigilanza attiva sulla qualità della vita democratica.
Quando parla di “custodia della democrazia” non sembra riferirsi a qualcosa da conservare in modo passivo. Che cosa significa davvero custodire oggi?
Significa vigilare su un equilibrio da ricercare in continuazione. La democrazia costituzionale contemporanea si regge su un equilibrio tra poteri, che è sottoposto a sempre nuove tensioni e nuove sfide. In molti paesi del mondo è in atto una erosione carsica: la democrazia è indebolita progressivamente dall’interno e poi, di tanto in tanto, emergono episodi eclatanti che ci sorprendono. Occorre prevenire il rischio che la democrazia si consumi senza rumore, contrastando l’insofferenza verso le regole, verso la pluralità e verso i limiti al potere. Occorre riscoprire che il confronto con l’altro non è una perdita di tempo.
Qual è il segnale più evidente di questo deperimento silenzioso?
La riduzione della democrazia alla sola investitura elettorale dei governanti. Si vota e, quindi chi è eletto può fare tutto: è questo il sottinteso che ritorna. Ma questa è una caricatura della democrazia ed è un’illusione pericolosa. Le costituzioni del secondo dopoguerra sono nate proprio per dire il contrario: che anche il potere democratico deve essere limitato: “la sovranità appartiene al popolo e si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Così si apre la nostra carta costituzionale.
Questo conflitto emerge in modo molto concreto nel rapporto tra politica e corti.
Sì, ed emerge soprattutto quando le corti intervengono su nodi sensibili. Penso, per esempio, alle decisioni sui sistemi elettorali in Italia: interventi che hanno ristabilito un equilibrio tra governabilità e rappresentanza quando questo equilibrio era stato forzato. In quei momenti le corti non si sostituiscono alla politica, ma ricordano che le regole del gioco non possono essere piegate all’interesse del momento.
Uno dei terreni più delicati è quello del processo legislativo.
È un esempio emblematico di ciò che le Corti possono fare, ma anche dei limiti del loro agire. L’uso sistematico del decreto-legge, ben oltre i casi di necessità e urgenza, ha progressivamente spostato l’asse della produzione normativa dal Parlamento al Governo. La Corte costituzionale è intervenuta più volte per correggere le distorsioni più evidenti – dalla reiterazione dei decreti alla loro disomogeneità – ma non può da sola invertire una prassi consolidata. La volontà politica, anzitutto delle Camere, è fondamentale.
Lei mostra chiaramente che le corti arrivano sempre “a valle”.
Esatto. Le corti non governano i processi politici, reagiscono quando i limiti sono superati. Se il Parlamento accetta di essere marginalizzato, nessuna sentenza può restituirgli centralità. Questo è un punto scomodo, ma essenziale: la custodia della democrazia non è delegabile a un solo attore istituzionale.
Nel libro entra con decisione anche il tema della libertà di informazione.
Perché è una precondizione della democrazia. Non è un diritto accessorio. La giurisprudenza costituzionale italiana, fin dalla prima sentenza del 1956, ha legato la libertà di espressione alla possibilità stessa di una vita democratica. E questo filo attraversa decenni di decisioni: dal pluralismo radiotelevisivo fino ai casi più recenti sulla diffamazione e sul diritto dei cittadini a un’informazione corretta, verificata e non intimidita.
Oggi però il problema non è più solo la censura, ma la disinformazione.
Questa è una sfida nuova, potentissima. Le campagne di manipolazione attraverso i social media possono alterare il dibattito pubblico e persino le consultazioni elettorali. Il caso delle elezioni presidenziali rumene del 2024 è emblematico: la corte costituzionale rumena ha dovuto annullare l’esito del voto al primo turno delle elezioni presidenziali, a causa di interferenze informative esterne. Quando una corte costituzionale assume una tale decisione si muove su un crinale sottilissimo e molto delicato, ma segnala un problema reale che non possiamo ignorare.
È una soglia che cambia il ruolo delle corti?
La Corte costituzionale rumena ha agito sulla base di poteri conferiteli espressamente dalla Costituzione. Tuttavia, intervenire sui processi elettorali è sempre un atto estremo, che richiede evidenze solide, procedure rigorose, indipendenza assoluta. Anche le Corti devono rispettare i limiti dei loro poteri. Ma l’alternativa – accettare l’esito di elezioni formalmente libere ma sostanzialmente manipolate – è ancora più corrosiva per la democrazia.
Torna qui il tema del limite, che lei declina anche in chiave culturale.
Sì, il problema non è solo istituzionale. Viviamo in una cultura politica che fatica ad accettare il limite, soprattutto quando rallenta l’azione. Eppure, il limite è ciò che impedisce alla forza di diventare arbitrio, al potere di diventare dominio. Le corti costituzionali esistono per rendere effettivo questo principio, anche quando è impopolare. Rispettare il senso del limite è una questione di libertà.
In questo quadro, che senso ha parlare di “costituzionalismo collaborativo”?
Quando politica e giurisdizione si presentano come nemici, il risultato è un logoramento reciproco. La collaborazione non elimina il conflitto, ma lo riporta entro forme istituzionali governabili. È l’unico modo per evitare che le tensioni lacerino il tessuto democratico.
Il suo discorso non sembra rivolto solo agli addetti ai lavori.
Non potrebbe esserlo. Le corti svolgono un ruolo essenziale, ma se la democrazia non vive nella consapevolezza dei cittadini è destinata al declino. Diritti, libertà, garanzie non sono acquisizioni irreversibili. Hanno bisogno di essere riconquistati giorno per giorno. Pensare che si mantengano da soli è uno degli errori più gravi del nostro tempo.
Se dovesse indicare un insegnamento che emerge da questi casi concreti, quale sarebbe?
Che la democrazia non si difende invocandola, ma praticandola, in tutta la sua ricchezza di significato. E che ogni scorciatoia – anche quando sembra efficiente – presenta sempre un conto, prima o poi.
Custodi della democrazia
In Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico (Egea, 2025), Marta Cartabia affronta una delle questioni più delicate del nostro tempo: che cosa resta della democrazia quando la volontà della maggioranza pretende di trasformarsi in potere senza limiti.