Il prezzo del presente
Per anni ci siamo raccontati che l’Europa fosse stata ingenua. Ingenua nel delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, nel dipendere dal gas russo, nel lasciare alla Cina il controllo di segmenti cruciali della manifattura e delle tecnologie del futuro. Ma secondo Sylvie Goulard questa interpretazione è fuorviante. Il problema non è stato l’idealismo. È stato il cinismo.
“Abbiamo preferito il comfort del presente alla preparazione del futuro”, sostiene l’ex ministra della Difesa francese, già parlamentare europea e vice governatrice della Banque de France. Una tesi che nel suo ultimo libro, Il costo del cinismo. Non esiste prosperità senza rispetto per la natura (EGEA), estende alla più grande sfida del nostro tempo: il rapporto tra economia e ambiente. Per decenni governi, imprese e cittadini hanno beneficiato di un modello di sviluppo che ha trattato risorse naturali, biodiversità e stabilità climatica come se fossero inesauribili. Oggi, avverte Goulard, il conto sta arrivando.
La sua non è una critica esclusivamente ambientale. Al contrario. La questione riguarda il funzionamento stesso delle nostre economie, la capacità dell’Europa di rimanere competitiva, la sicurezza delle sue filiere produttive, la tenuta delle istituzioni democratiche. Vice President dell’Institute for European Policymaking at Bocconi University (IEP@BU) e Professor of Practice in SDA Bocconi School of Management, Goulard propone una lettura che intreccia economia, geopolitica e sostenibilità, rifiutando tanto il negazionismo quanto l’idea che la transizione sia incompatibile con la crescita.
In un momento in cui il continente europeo è chiamato a confrontarsi contemporaneamente con la competizione tecnologica globale, la frammentazione geopolitica e le conseguenze del cambiamento climatico, la domanda che attraversa il suo ragionamento è semplice e scomoda: quale sarà il costo dell’inazione?
Perché sostiene che il problema dell’Europa non sia stato l’ingenuità ma il cinismo?
Perché l’ingenuità implica una mancanza di consapevolezza. In molti casi, invece, eravamo perfettamente consapevoli delle nostre dipendenze. Sapevamo che affidare completamente la nostra sicurezza agli Stati Uniti comportava dei rischi. Sapevamo che dipendere dalla Russia per l’energia o dalla Cina per alcune produzioni strategiche ci rendeva vulnerabili. Tuttavia, abbiamo privilegiato i benefici immediati. Lo stesso accade oggi con la natura. Conosciamo i dati scientifici, conosciamo gli effetti della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico, ma continuiamo a rinviare decisioni difficili. Questo non è idealismo. È una forma di cinismo collettivo.
Nel dibattito europeo la parola competitività è diventata quasi onnipresente. Che cosa rischiamo di perdere se la interpretiamo in modo troppo ristretto?
Rischiamo di dimenticare che la competitività è un mezzo e non un fine. Serve a creare occupazione, innovazione e prosperità. Ma se la riduciamo esclusivamente alla riduzione dei costi o alla deregolamentazione, finiamo per indebolire le basi stesse della nostra economia. Non esiste competitività in territori che perdono acqua, fertilità dei suoli, qualità dell’aria o capacità di attrarre talenti. La vera sfida consiste nel coniugare innovazione, sostenibilità e coesione sociale.
Lei insiste molto sul concetto di capitale naturale. Perché è così difficile incorporarlo nelle decisioni economiche?
Perché per secoli abbiamo considerato la natura come una risorsa gratuita. I sistemi economici e contabili misurano molto bene ciò che produciamo e consumiamo, ma molto meno ciò che distruggiamo. Eppure, l’acqua, la qualità dei suoli, l’impollinazione, la stabilità climatica sono condizioni indispensabili per qualsiasi attività economica. Quando questi servizi ecosistemici vengono degradati, il costo emerge più tardi sotto forma di minore produttività, danni sanitari o eventi estremi. Il problema è che continuiamo a considerare queste conseguenze come effetti collaterali e non come elementi centrali del sistema.
Molti cittadini percepiscono la transizione come una minaccia al proprio benessere. La politica ha commesso errori nel raccontarla?
Credo di sì. In alcuni casi si è insistito troppo sui divieti e troppo poco sulle opportunità. In altri si è dato l’impressione che tutta la responsabilità ricadesse sui cittadini. La transizione richiede certamente cambiamenti nei comportamenti individuali, ma soprattutto richiede investimenti, innovazione, infrastrutture e politiche pubbliche coerenti. Le persone devono sentirsi coinvolte e accompagnate, non colpevolizzate.
Quanto costa, in termini economici e strategici, continuare a considerare la natura una questione separata dalla sicurezza?
Abbiamo imparato a considerare normale spendere miliardi per la difesa e quasi mai ci chiediamo quanto ci costi perdere una falda acquifera, degradare un suolo agricolo o dipendere da fornitori esterni per energia e materie prime. Eppure sono vulnerabilità strategiche a tutti gli effetti. La sicurezza non riguarda soltanto la protezione dei confini. Riguarda la capacità di una società di continuare a funzionare. Se non comprendiamo che natura, economia e sicurezza fanno parte dello stesso sistema, rischiamo di spendere sempre di più per gestire le conseguenze di problemi che avremmo potuto prevenire.
Che ruolo può avere la finanza in questo processo?
La finanza dispone degli strumenti per valutare i rischi e indirizzare i capitali verso attività che creano valore nel lungo periodo. Ci siamo abituati a pensare che le questioni ambientali fossero marginali rispetto alla stabilità finanziaria. Oggi sappiamo che non è così. I rischi legati al clima e alla perdita di biodiversità sono anche rischi economici. Per questo la finanza può diventare un potente acceleratore della trasformazione.
Perché il dibattito pubblico su questi temi è così polarizzato?
Perché si è trasformato in uno scontro identitario. Da una parte c’è chi nega l’esistenza del problema. Dall’altra chi presenta ogni soluzione come una trasformazione radicale della società. In mezzo si è ristretto lo spazio del confronto pragmatico. Io credo che dovremmo discutere delle soluzioni e non dell’esistenza dei fatti. La realtà fisica non appartiene né alla destra né alla sinistra.
Che ruolo possono svolgere le imprese?
Le imprese non devono essere considerate semplicemente come soggetti da regolare. Possono essere protagoniste dell’innovazione. Molte stanno già comprendendo che l’accesso alle risorse naturali, la resilienza delle filiere e la fiducia dei consumatori rappresentano fattori strategici. Sempre più spesso sostenibilità e competitività coincidono. Utilizzare meno risorse, ridurre gli sprechi e innovare i processi produttivi può generare vantaggi economici concreti.
Molti giovani guardano al futuro con preoccupazione. Che cosa direbbe a chi teme che sia ormai troppo tardi?
La storia europea è fatta di crisi che sembravano insormontabili e che sono state affrontate grazie alla capacità di innovare e cooperare. La situazione è seria, ma disponiamo di conoscenze scientifiche, strumenti tecnologici e risorse che le generazioni precedenti non avevano. La vera domanda non è se sia troppo tardi. È se saremo capaci di utilizzare questi strumenti con sufficiente determinazione.
Qual è la sfida decisiva per l’Europa del prossimo decennio?
Imparare nuovamente a guardare lontano e a far lavorare insieme tutti gli attori del cambiamento. Le nostre democrazie tendono a concentrarsi sul breve periodo, mentre le grandi sfide del nostro tempo richiedono una visione più ampia e uno sforzo collettivo che coinvolga istituzioni, imprese, ricerca e cittadini. Clima, biodiversità, innovazione tecnologica, sicurezza e demografia sono processi che si sviluppano nell’arco di decenni e che non possono essere affrontati separatamente. L’Europa è nata dalla capacità di immaginare il futuro oltre le emergenze del presente. Oggi deve ritrovare quella stessa ambizione.