A casa dell’innovazione
Che cosa direbbe oggi Albert Einstein osservando il modo in cui parliamo di innovazione, tecnologia e futuro? Probabilmente resterebbe colpito dalla velocità con cui le trasformazioni si susseguono, ma anche dalla leggerezza con cui spesso le raccontiamo. Nell’era dell’intelligenza artificiale e della competizione globale, l’innovazione è diventata una parola onnipresente, ridotta troppo spesso a slogan, a promessa automatica di crescita o a sinonimo di novità tecnologica.
A casa di Einstein, il libro di Gianmario Verona, titolare della Cattedra Invernizzi di Innovation management della Bocconi, e Daniele Manca, vice direttore del Corriere della Sera, nasce proprio dal rifiuto di questa semplificazione. Attraverso la figura di Einstein – scienziato, intellettuale pubblico, cittadino del mondo – il volume propone una lettura più esigente dell’innovazione, intesa come processo lungo e cumulativo, radicato nella scienza, nelle istituzioni e nei contesti sociali che la rendono possibile.
Il dialogo immaginario che segue si ispira liberamente al libro. Non è una sintesi né una trasposizione letterale, ma un esercizio: una conversazione a tre voci che mette in relazione passato e presente per interrogare il nostro tempo. Al centro, una domanda tutt’altro che retorica: siamo ancora capaci di costruire le condizioni dell’innovazione, o ci limitiamo a inseguirne gli effetti più visibili?
Gianmario Verona. Oggi parliamo di innovazione come se fosse un fatto naturale, quasi automatico. Basta una nuova tecnologia, una buona idea, e il cambiamento accade. Ma la realtà è più ostinata. L’innovazione non si manifesta da sola: va costruita, sostenuta, difesa nel tempo.
Albert Einstein. Mi colpisce che continuiate a chiamare “innovazione” ciò che spesso è solo accelerazione. Ai miei tempi le idee nuove non mancavano. Mancava, semmai, il contesto per farle vivere. E senza un contesto adeguato, anche l’intuizione più potente resta sterile.
Daniele Manca. È un punto centrale. Oggi la velocità domina il dibattito pubblico, ma raramente ci chiediamo che cosa stiamo sacrificando lungo il percorso. Senza investimenti strutturali nella scienza, senza istituzioni solide, rischiamo di consumare futuro invece di costruirlo.
Il mito del genio solitario
Einstein. Sapete cosa mi ha sempre divertito? L’idea del genio isolato. Nessuno lavora davvero da solo. Io stesso ho avuto bisogno di università, laboratori, colleghi, perfino di burocrazia. L’indipendenza intellettuale non nasce nel vuoto, ma dentro strutture che la rendono possibile.
Verona. Eppure continuiamo a raccontare l’innovazione come una sequenza di eroi individuali. È una narrazione seducente, ma fuorviante. Le innovazioni che trasformano davvero i sistemi economici sono sempre il prodotto di ecosistemi: università, imprese, politiche pubbliche, capitale paziente.
Manca. Quando questi ecosistemi si indeboliscono, il rischio è evidente. Le tecnologie restano, ma perdono capacità trasformativa. Si moltiplicano le applicazioni, non il progresso.
Scienza e potere: una relazione inevitabile
Manca. C’è poi un tema che oggi torna con forza: il rapporto tra scienza e potere. Per anni abbiamo fatto finta che la scienza potesse essere neutrale, separata dalla politica. Ma non è mai stato così.
Einstein. La scienza non è mai neutrale. Può scegliere se essere complice o critica. Io ho imparato presto che il silenzio degli scienziati è anch’esso una forma di scelta. E spesso è la più pericolosa.
Verona. Oggi questo vale ancora di più. Le grandi trasformazioni tecnologiche ridisegnano mercati, lavoro, geopolitica. Pensare che l’innovazione possa essere governata solo dal mercato è un’illusione. Le istituzioni contano. E contano le decisioni collettive.
Europa: regolare o costruire?
Manca. In Europa siamo molto bravi a regolare ciò che altri hanno già costruito. Molto meno a creare le condizioni perché quelle costruzioni nascano qui. È un paradosso che paghiamo caro.
Verona. Regolare è necessario, ma non sufficiente. Senza una visione industriale e scientifica, la regolazione rischia di diventare un alibi. L’innovazione ha bisogno di tempo, di errori, di investimenti che non danno ritorni immediati.
Einstein. Il problema non è sbagliare. Il problema è non permettere più di tentare. Una società che punisce il rischio smette di innovare molto prima di rendersene conto.
Fare le domande giuste
Verona. Forse il punto non è chiederci quale sarà la prossima tecnologia vincente, ma se stiamo costruendo contesti capaci di sostenerla nel lungo periodo.
Manca. Esatto. L’innovazione non è un tema da conferenza motivazionale. È una responsabilità collettiva. Riguarda la scuola, l’università, la finanza, la politica industriale. Riguarda le scelte che facciamo oggi e che produrranno effetti tra dieci o vent’anni.
Einstein. Alla fine, tutto si riduce a questo: cambiare non significa fare cose nuove, ma pensare in modo diverso ciò che facciamo da sempre. Ed è la parte più difficile.
Innovatori si nasce o si diventa?
Verona. A cui si affianca una grande bugia: che l’innovatore è semplicemente una persona talentuosa. Imprenditori si nasce, si pensa. Come i grandi campioni dello sport. Come i grandi musicisti. Ma in realtà nel mondo complesso in cui viviamo non è più così. Occorre studiare tanto e avere l’ostinazione
Einstein. Vero. Difatti io non ero granché bravo a scuola. Si certo eccellevo in matematica, ma ho costruito il mio percorso passo dopo passo. E ho lavorato con pazienza alle mie intuizioni, studiando e anche collaborando con grandi scienziati e industriali del mio tempo. L’abnegazione forse è la cosa che mi ha fatto fare le cose per cui poi sono diventato famoso.
Manca. E non dimentichiamo che eri un bravo pianista e un eccellente violinista. Il talento lo avevi eccome, ma in effetti hai lavorato su tante dimensioni. Sul metodo, sulla disciplina, sul lavoro di squadra. Sulle soluzioni nelle curve della musica, della scienza e della storia dell’umanità. Insomma, innovatore forse si nasce anche, ma certamente bisogna diventarlo.
Una conclusione necessaria
Einstein. Permettetemi di chiudere con una frase che mi attribuiscono spesso, anche quando non l’ho pronunciata esattamente così. Ma il senso resta valido: non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
Verona. Oggi quella frase suona meno come un aforisma e più come un avvertimento. Perché il cambiamento non dipende solo dalle tecnologie che sviluppiamo, ma dalle condizioni che sappiamo costruire intorno a esse.
Manca. Ed è qui che la domanda diventa inevitabile. Non se avremo nuove idee o nuove scoperte — quelle arrivano comunque — ma se siamo ancora capaci di riconoscerle, sostenerle e lasciarle maturare.
Einstein. Forse, allora, la vera questione non è chiedersi se io nascerei oggi. Ma se, nascendo oggi, troverei il tempo, lo spazio e la libertà per diventare ciò che sono stato. Una domanda che non riguarda il passato, ma il vostro presente e futuro. E che chiama in causa università, istituzioni, imprese e politiche pubbliche. Perché l’innovazione non è mai solo una questione di talento individuale. È, prima di tutto, una scelta collettiva.
A casa di Einstein
A casa di Einstein. Sei lezioni nell’era della superinnovazione di Gianmario Verona e Daniele Manca (Piemme) propone una riflessione ampia e articolata sul significato dell’innovazione nel XXI secolo. Attraverso la figura di Albert Einstein, assunta come filo conduttore simbolico e storico, il libro analizza il legame profondo tra scienza, tecnologia, istituzioni ed economia.