Contatti

Il fondamento sociale dell’Europa

, di Graziella Romeo
La tradizione europea dello Stato sociale lega diritti sociali, cittadinanza e partecipazione politica, indicando nella solidarietà un principio costitutivo dell’ordine democratico e non un semplice strumento redistributivo

La costruzione dello Stato sociale in Europa non può essere spiegata esclusivamente come il prodotto di compromessi politici contingenti o di politiche redistributive concepite in modo pragmatico per gestire fasi di instabilità sociale. Essa affonda invece le proprie radici in una tradizione filosofica e giuridica che concepisce la comunità politica come fondata su legami di solidarietà e di responsabilità reciproca. All’interno di questo quadro culturale, i diritti sociali hanno potuto emergere come pretese giuridiche intrinsecamente connesse alla cittadinanza, e non come benefici dipendenti da specifiche scelte di policy.

Le radici solidali dello Stato sociale europeo

A partire dal XIX secolo, la storia costituzionale europea mostra come le critiche all’individualismo liberale e al contrattualismo abbiano sostenuto una visione della società come rete di relazioni sociali generatrici di obblighi collettivi, in contrasto con l’idea di una comunità politica composta da individui autosufficienti. La filosofia solidarista – nelle sue declinazioni francese, tedesca e italiana – ha svolto un ruolo decisivo nel dare forma a questa visione, affermando l’idea di una comunità politica in cui la solidarietà nasce dall’interdipendenza sociale. In questa prospettiva, lo Stato non è soltanto il garante delle libertà negative, ma un attore responsabile della creazione delle condizioni materiali dell’eguaglianza.

Europa e Stati Uniti: due modelli di protezione sociale

Nell’Europa continentale, lo Stato sociale si è strutturato giuridicamente attorno al riconoscimento di diritti sociali esigibili

Negli Stati Uniti, al contrario, la traiettoria del pensiero politico ha seguito un percorso differente, segnato dalla predominanza di tradizioni individualiste e di liberalismo classico. Questi orientamenti hanno contribuito a confinare la protezione sociale nell’ambito delle politiche di welfare, piuttosto che del diritto costituzionale, e all’assenza – almeno a livello federale – di un progetto volto alla costituzionalizzazione dei diritti sociali. Il sistema di welfare americano si è così sviluppato principalmente intorno al rapporto di lavoro o a forme di assistenza mirata ai soggetti in condizioni di bisogno estremo. La Corte Suprema, inoltre, ha a lungo mostrato scetticismo nei confronti dell’idea stessa che i diritti sociali possano essere giuridicamente azionabili.

Nell’Europa continentale, invece, lo Stato sociale si è strutturato giuridicamente attorno al riconoscimento di diritti sociali esigibili. Le prestazioni sociali, la tutela del lavoro e l’accesso alla sanità e all’istruzione sono stati progressivamente intesi come componenti essenziali della cittadinanza democratica. Le costituzioni del secondo dopoguerra hanno tradotto, più o meno esplicitamente, questa visione in diritti soggettivi, riflettendo la consapevolezza del legame stretto tra diritti sociali e partecipazione effettiva alla vita democratica. L’esercizio sostanziale dei diritti politici, incluso il diritto di voto, presuppone infatti l’accesso all’istruzione, alla salute e a una sicurezza sociale di base.

Una storia di civilizzazione non priva di distorsioni

Ciò non significa che il modello europeo abbia sempre rappresentato un’acquisizione civilizzatrice priva di ambiguità. Distorsioni non sono mancate. Regimi autoritari hanno talvolta strumentalizzato obiettivi sociali a fini nazionalistici o totalitari, mentre in decenni più recenti gli assetti di welfare sono talora degenerati in forme di assistenzialismo e clientelismo. Accanto a queste distorsioni, tuttavia, si sviluppa una distinta tradizione democratica europea in cui la solidarietà è intesa come principio emancipatorio, volto a promuovere mobilità sociale, inclusione e partecipazione. In questa tradizione, libertà ed eguaglianza non sono concepite come valori contrapposti, ma come reciprocamente rafforzativi.

Quanta disuguaglianza si può tollerare in democrazia?

Oggi, tale eredità è messa sotto pressione dalla trasformazione del capitalismo, dalla precarizzazione del lavoro e dalla crescente influenza delle logiche di mercato sulla vita civile e politica. Ciò solleva una questione fondamentale: quanta disuguaglianza può tollerare una società democratica? La tradizione culturale che ha plasmato lo Stato sociale europeo offre una risposta chiara: la disuguaglianza deve essere controbilanciata da una solida tutela dei diritti sociali, che costituisce parte integrante della sostanza stessa della democrazia costituzionale. L’Europa ha così immaginato le fondamenta dell’unità politica non su basi puramente contrattuali, ma sul significato politico della solidarietà.

GRAZIELLA ROMEO

Università Bocconi
Dipartimento di Studi Giuridici