Contatti

Zapatero, l’erede di Bentham

, di Damiano Canale - ordinario di Filosofia del diritto
La Spagna ha concesso a gorilla e scimpanzé la dignità personale. Ma è bene non esagerare con l'estensione dei diritti fondamentali

Chi poteva immaginare che sarebbe toccato al governo Zapatero realizzare la celebre profezia di Jeremy Bentham, secondo la quale gli animali del creato avrebbero un giorno riconquistato i diritti che la specie umana aveva un tempo sottratto loro, sfuggendo così alla sua terribile tirannia.

Il padre dell'utilitarismo moderno sarebbe infatti ben lieto di congratularsi con la Commissione ambiente del parlamento spagnolo per la risoluzione del 26 giugno scorso, con la quale il governo viene invitato a farsi promotore, a livello internazionale, dell'estensione a scimpanzé, gorilla, bonobo e orangutan di alcuni "diritti fondamentali" solitamente attribuiti agli esseri umani, come il diritto alla vita, alla dignità, a non subire torture o maltrattamenti. Questa iniziativa politica, dai più considerata come folkloristica, ha scatenato un dibattito dai toni molto accesi. Per un verso il progetto Grandi Scimmie, a cui il parlamento spagnolo aderisce, si propone di sottrarre questi primati al pericolo di estinzione, così come alle sofferenze arrecate loro dalla sperimentazione medica. Per altro verso questa iniziativa è stata percepita, specie dall'opinione pubblica di orientamento cattolico, come una forma di darwinismo selvaggio, che negherebbe l'unicità dell'uomo nel creato, aprendo la strada a forme disumanizzanti di relativismo etico. I sostenitori degli animal right, per converso, ricordano non solo la stretta parentela genetica tra l'uomo e gli altri grandi primati, ma anche che se un essere vivente soffre, non c'è alcuna giustificazione morale per non prendere in considerazione tale sofferenza: essa va valutata come la sofferenza di qualsiasi altro essere, nella misura in cui tale comparazione è possibile. Gli oppositori del progetto replicano sdegnati che le proprietà dell'uomo e quelle delle altre specie animali non sono comparabili sotto il profilo etico. Soltanto l'uomo è dotato di razionalità, e ha dunque la possibilità di essere libero. Argomento, questo, che suscita non meno sdegno nell'animalista laico, il quale richiama alla memoria il potenziale discriminatorio che l'idea di unicità del genere umano (o di parte di esso) storicamente racchiude in sé: una unicità che conduce a qualificare come non-persona non solo la scimmia ma ogni "diverso", ovverosia chiunque non soddisfi gli standard di razionalità che renderebbero umano un essere vivente.

Ora, il dibattito appena abbozzato offre spunti di indubbio interesse sotto il profilo filosofico, ma perde di vista un punto fondamentale: che conseguenze produrrebbe, dal punto di vista giuridico, il riconoscimento di diritti ad altre specie animali? Ora, è bene ricordare come i diritti fondamentali siano degli strumenti normativa tanto potenti quanto fragili: essi consentono di conseguire risultati di amplissima portata sotto il profilo sociale e istituzionale, ma se utilizzati in modo inavvertito, corrono il rischio di deteriorarsi, diventando così inefficaci. Ci si chiede pertanto, tra gli addetti ai lavori, se la proliferazione delle situazioni meritevoli di tutela giustifichi un'inarrestabile moltiplicazione dei diritti fondamentali, da intendere come espansione delle tutele personali e dunque degli spazi di libertà. Oppure se l'ipertrofia dei diritti, e la differenziazione dei loro titolari, stia in realtà indebolendo i diritti stessi, riducendo drasticamente la loro capacità di incidere sulle condotte delle istituzioni e degli individui. Un fenomeno, questo, che consiglierebbe addirittura una contrazione del numero dei diritti, al fine di garantire la loro piena effettività.

Con riferimento al progetto Grandi Scimmie, quindi, prima di stabilire se l'uomo sia o meno assimilabile allo scimpanzé, occorre chiedersi se la risposta a tale quesito debba consistere nel riconoscimento di un diritto fondamentale, o se non siano preferibili altre forme di tutela, in grado di salvaguardare non solo i nostri amici primati, ma anche i diritti fondamentali.