Contatti

Usa: flessibilità e disuguaglianza

, di Carlo Devillanova - associato presso il Dipartimento di scienze sociali e politiche
Lavoro. L'America rischia di soffrire davvero: il 2009 potrebbe far salire a 10 milioni i poveri a stelle e strisce

Sono molteplici i fattori che governano il funzionamento di un mercato del lavoro. Per gli Stati Uniti, il dibattito mediatico e scientifico ha enfatizzato il basso livello di protezione dell'impiego. Secondo uno studio dell'Ocse (2004), gli Usa sono il paese con la regolamentazione in materia di licenziamenti più permissiva fra i 28 considerati: in una scala compresa fra 0 e 6, crescente nella rigidità, l'indice è 0,2 per i lavoratori a tempo indeterminato e 0,3 per quelli temporanei (per l'Italia, 1,8 e 2,1 rispettivamente). I meriti di un mercato del lavoro flessibile sono stati ben rappresentati dalla recente letteratura economica, tanto da fare degli Usa un esempio verso cui tendere. Vorrei portare l'attenzione su due elementi di preoccupazione, il primo congiunturale, il secondo più strutturale.

In primo luogo, la maggior facilità di licenziamento rende i livelli occupazionali intrinsecamente più esposti all'andamento ciclico. Certamente, a livello geografico, settoriale e di singola impresa ciò è ritenuto fonte di efficienza allocativa, poiché consente l'espulsione di forza lavoro da occupazioni meno produttive, inducendone la riallocazione verso altri utilizzi. A livello aggregato, tuttavia, il rischio è che le fasi recessive si ripercuotano in maniera particolarmente grave sulle dinamiche occupazionali. Si tratta di argomento ben noto, che potrebbe acquistare rilevanza nel prossimo futuro.

A tal proposito, il mercato del lavoro statunitense attraversa una fase ciclica particolarmente seria. Secondo i dati rilasciati lo scorso 5 dicembre dal Bureau of Labor Statistics, il tasso di disoccupazione è aumentato dello 0,2% fra ottobre e novembre 2008, raggiungendo il 6,7%. E il tasso di disoccupazione non tiene conto di quelle persone che non cercano lavoro perché scoraggiate, stimate in 608.000 in novembre 2008 (più 259.000 rispetto all'anno precedente). Se si computano i lavoratori scoraggiati e le persone che lavorano in part-time poiché non riescono a trovare un lavoro a tempo pieno, il tasso di disoccupazione sale al 12,5%, il valore più alto dal 1994. La riduzione dell'occupazione è stata ampia e diffusa in tutti i settori industriali. Incidentalmente, esistono anche importanti differenziali territoriali ed etnici (i tassi di disoccupazione di bianchi, afroamericani e ispanici sono, rispettivamente, 6,1%, 11,2% e 8,6%).

Il secondo elemento di preoccupazione riguarda la disuguaglianza. Secondo un recente studio comparato, fra i paesi Ocse gli Usa sono oggi la nazione con il più elevato livello di disuguaglianza e povertà, dopo Messico e Turchia. In particolare, a partire dai primi anni '80 vi è stato un drammatico aumento delle disparità salariali. Le determinanti prime dell'incremento della disuguaglianza salariale (progresso tecnologico, commercio internazionale, immigrazione ecc.) sono ancora oggetto di studio. Tuttavia, vi è ampio consenso sul fatto che le stesse si ripercuotano maggiormente sui salari in un mercato del lavoro flessibile.

Evidentemente, le disuguaglianze salariali forniscono un importante meccanismo di prezzo per indirizzare le scelte individuali e promuovere i guadagni di efficienza associati alla flessibilità. Tuttavia è utile ricordare che vi è stata una sostanziale disattenzione teorica per i problemi distributivi funzionali e personali, considerati ampiamente irrilevanti per la determinazione della domanda aggregata. In realtà, occorre riconoscere che lo spostamento nella distribuzione del reddito, e la connessa espansione del credito al consumo, non sono fattori estranei alla crisi stessa.

Infine, l'attuale fase ciclica rischia di aggravare la sperequazione del reddito. Secondo una recente stima (cbpp.org), nel 2009 gli statunitensi poveri potrebbe raggiungere i 10 milioni (di cui 6 milioni con reddito al di sotto del 50% della soglia di povertà).