Una Traviata di culto
Giuseppe Verdi era un pozzo inesauribile di travolgenti melodie. Al Bel Canto italiano, dopo i Rossini, i Bellini, i Donizzetti, aveva assicurato il suo definitivo trionfo. La sua musica piaceva, riceveva consensi dalla critica e aveva successo presso il pubblico. Quando il cartellone annunciava una sua opera i teatri si assicuravano il "tutto esaurito" e, di solito, le repliche si moltiplicavano. Anche i suoi clamorosi insuccessi trovavano presto il loro riscatto. Il 6 marzo 1853, al Teatro La Fenice di Venezia, la prima assoluta della Traviata fu accolta da bordate di fischi e da risate sguaiate. In effetti, in pieno ottocento, in una generale atmosfera costumata e puritana, intrisa di religiosi e casti sentimenti, la rappresentazione della storia di una bellissima del demi monde, una prostituta d'alto bordo (oggi si direbbe di una escort) era una provocazione bella e buona, semplicemente scandalosa. Un'orchestra piuttosto fiacca, dei cantanti male assortiti, un direttore senza polso, avevano fatto il resto. Tanto più che l'orchestrazione elementare di Verdi è spesso, per sua natura, sull'orlo del precipizio. Se il direttore non sa trattenersi, non sa governare i tempi e i modi a dovere, se non riesce a raggiunger un equilibrio perfetto tra parola e musica, il rischio del patetismo sdolcinato, del 'papazum papazum', è dietro l'angolo. E allora il dolore può trasformarsi in patetico e persino il sublime sentimento dell'amore impossibile può scivolare nel ridicolo. Dopo quell'infausto esordio, come è noto, la Traviata venne ben presto riconosciuta per quel capolavoro che è.
Cento anni dopo l'esordio veneziano ci fu un'altra prima che finì nel vortice di appassionate discussioni, dibattiti al vetriolo e accese polemiche: la Traviata del 1956 alla Scala di Milano. La parte di Violetta era affidata a Maria Callas, quella di Alfredo a Giuseppe Di Stefano, la regia a Luchino Visconti e la musica alla bacchetta di Carlo Maria Giulini. La regia fu memorabile, la direzione dell'orchestra scaligera trascinante, la Callas diede il meglio di sé, non solo come cantante ma anche come insuperata regina del palcoscenico. In un momento di stizza la Callas allungò la gamba e fece volar via la scarpa. Un gesto spontaneo, naturale, ma frutto di ore estenuanti di prove con il severissimo regista. A quel tempo, però, il Loggione e i melomani erano divisi in due tifoserie, che si fronteggiavano animosamente: quella per Maria Callas e quella per la rivale, Renata Tebaldi. Mentre ancora la scarpa si librava nell'aria, il Loggione (occupato in gran parte dal partito della Tebaldi) gridò allo scandalo e cominciò a diffondersi dai palchi alla platea il fatidico buu buu! Non si era mai vista una scena di così crudo realismo nel sacro tempio della Scala! Però quando calò il sipario i minuti di applausi non si contavano più e caddero sul palcoscenico mazzi di rose. A un certo punto, però, dal loggione volò ai piedi della Callas anche un mazzo di rapanelli. La Callas, che era cieca come una talpa, raccolse i mazzi di rose e insieme quello dei rapanelli e con uno stupendo gesto teatrale li offrì in ringraziamento al pubblico osannante. Tutti, anche quelli del partito tebaldiano, restarono folgorati da quel gesto, un gesto da grande diva, un gesto da 'divina'. Nessuno potè immaginare che la Callas non si fosse per nulla accorta dei rapanelli. E allora fu un uragano di applausi. L'indomani, sul Corriere della Sera, i milanesi lessero avidamente la critica firmata niente meno che da Eugenio Montale. Il poeta confessò di non essere riuscito a trattenere la commozione.