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Una per otto, otto per una

, di Andrea Celauro
Lasciati a casa libri e quaderni dell’università, Maria Rita Micheli, giovane bocconiana, indossa i panni di allenatrice di una squadra molto speciale

Due volte alla settimana ha appuntamento con la sua squadra: otto ragazze con disabilità mentali e di relazione, che gareggiano a livello regionale e nazionale in ginnastica ritmica. Della squadra, Maria Rita Micheli, 22enne iscritta alla specialistica in inglese della Bocconi in economics and management in arts, culture, media e entertainment (Acme), è la giovanissima trainer. "Ho iniziato ad allenarle nel 2004 e finalmente posso dire di essere entrata nelle loro corde. Comincio a vedere i risultati, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche da quello umano".

Maria Rita Micheli

Maria Rita è arrivata alla squadra, la Sporting 4E, quattro anni fa, in cerca di un'attività che desse senso alla sua 'partenza', ovvero a quella tappa del cammino che sancisce l'impegno degli scout nella società. "L'impatto con questa realtà non è stato facile", racconta la giovane bocconiana. "Mi sentivo a disagio, ma non perché fosse un ambiente difficile, ma perché mi rendevo conto che sarebbe stato un percorso lungo riuscire a ottenere la fiducia che ricevevano le altre allenatrici. Vedevo che tra loro e le ragazze c'era un rapporto di complicità, di amicizia, che le une trattavano le altre esattamente come trattavano tutti gli altri".

Oltre alla difficoltà dell'insegnamento sportivo, che deve gioco forza essere "calibrato sulle esigenze specifiche della singola persona", ciò che Maria Rita ha dovuto imparare è stato il modo di porsi in relazione con la sua squadra. "C'è voluto del tempo", ammette la ragazza, "ma alla fine ce l'ho fatta, tanto che nell'ultima gara una delle ragazze, alla fine della prova, è venuta ad abbracciarmi. E questa è decisamente la soddisfazione più grande". Adesso, dopo quattro anni di convivenza, dopo le trasferte in Italia per le regionali e le nazionali, Maria Rita sentirebbe una mancanza se non potesse più lavorare in quella palestra: "All'inizio avevo la tendenza a finire la mia ora e mezza e ad andarmene. Col passare del tempo, ho cominciato a restare sempre più tempo con loro, per sentire i loro problemi, per confidarmi e ascoltare le loro confidenze. Adesso non potrei immaginare di non avere i nostri allenamenti del mercoledì e del sabato".

Non solo, da quella che è stata l'esperienza più bella nella quale si è lanciata, sebbene non sia stata l'unica ("ho prestato servizio in una casa di cura per anziani, in un centro ricreativo per bambini down, alla comunità di S. Egidio per l'organizzazione del pranzo di Natale"), Maria Rita Micheli ha imparato due cose: "La prima è che il pietismo è la prima cosa che va messa alla porta quando ci si confronta con ragazzi e ragazze con problemi di questo tipo. Non serve a nessuno, tanto meno a loro". La seconda è forse ancora più importante: "Prima di entrare nel team non ero una persona umile, qui ho fatto un vero e proprio bagno di umiltà. Mi sono messa al loro livello e ho capito che il lavoro dà risultati se è di squadra, cioè se le cose si sperimentano insieme senza dettarle dall'alto di un piedistallo".

Adesso, semmai, il problema è farsi lasciare carta bianca dai genitori, che in questi frangenti tendono spesso a essere apprensivi. "Ci sono ragazze che sembrano liberarsi quando vengono agli allenamenti. Una, in particolare, è spesso nervosa con la madre, mentre con noi è assolutamente rilassata". In certo senso, dunque, quello di Maria Rita è un doppio ruolo: da un lato allena le ragazze per le competizioni, dall'altro dimostra a mamme e papà che le loro figlie sanno cavarsela anche da sole.