Una gara senza vincitori quella per l'acqua
Con i collegati alla Finanziaria per il 2009 (art. 23bis della legge 133/08) il governo ha introdotto nel campo dei servizi pubblici locali una norma dal sapore rivoluzionario. D'ora in poi, infatti, almeno 'in via ordinaria', gli enti locali dovranno affidare tutti i servizi pubblici di cui sono responsabili attraverso procedure a evidenza pubblica, ossia attraverso gare. Solo in via del tutto eccezionale si potranno ancora utilizzare forme di gestione diretta, purché siano in grado di motivare l'impossibilità del ricorso alla gara. Tra i servizi interessati vi sono quelli ambientali, acqua e rifiuti. E subito si sono accese le polemiche.
L'art. 23bis è stato da alcuni salutato come una grande riforma, che fa finalmente piazza pulita delle gestioni pubbliche locali, dipinte come sgangherati carrozzoni, funzionali più ai privilegi della casta che agli interessi dei cittadini. Da altri, è stato demonizzato come l'anticamera della privatizzazione selvaggia, la resa alle rapaci pretese di Confindustria e del capitalismo globalizzato.
In particolare, la polemica ha toccato i toni più accesi a proposito del servizio idrico: lo strumento della gara viene da molti criticato in nome della sacralità della proprietà pubblica della risorsa e dell'essenzialità del servizio; laddove gara è sinonimo di privatizzazione, e privatizzazione vuol dire possibilità di fare libero commercio e di lucrare profitti su un bene essenziale, patrimonio comune, bisogno primario, diritto fondamentale.
In realtà le cose non stanno proprio così, e non sarà male fare un po' di chiarezza.
Primo: nessuno intende privatizzare l'acqua, intesa come risorsa naturale, né di negare il fatto che l'accesso all'acqua è un diritto primario. Tuttavia, assodato che "l'acqua è un dono di Dio e non una merce", resta il problema dei tubi, delle infrastrutture e dei servizi, che dobbiamo realizzare da noi, con grande dispendio di uomini, mezzi e capitali.
La paventata privatizzazione è in realtà il frutto della defiscalizzazione: un costo che finora abbiamo pagato attraverso la fiscalità, ora, per una serie di ragioni, dovrà essere pagato dagli utenti attraverso le tariffe, qualunque sia il gestore. Spetta al gestore trovare (sul mercato, e non sotto l'albero degli zecchini) i capitali necessari agli investimenti, e remunerarli. La natura proprietaria dell'impresa a questo punto fa poca differenza. Anche un ente non-profit ha bisogno di capitale e lo deve remunerare pagandoci un interesse.
Secondo: gara non è sinonimo di privatizzazione.Le imprese pubbliche possono partecipare alle gare e vincerle, e se davvero sono migliori, non faranno fatica a dimostrarlo. In servizi complessi come quello idrico (ma lo stesso vale per i rifiuti) ben difficilmente l'operatore che attualmente gestisce un territorio, costretto a una gara, riuscirà a perderla. Anche perché ben difficilmente si tratterà di gare al massimo ribasso, dove eventualmente il potere economico delle grandi imprese potrebbe essere schiacciante.
Occorre però che non si bari sul fatto che chiunque vinca dovrà poi garantire la sostenibilità economica dell'azienda, rispettando i fondamentali contabili e non mettendo in moto spirali di indebitamento perverse al solo scopo di non aumentare le tariffe. Molte aziende pubbliche sono purtroppo inclini a farlo, anche perché più vulnerabili alle pressioni del politico a caricarle di costi e a tenere bassi i ricavi per non scontentare gli elettori e riconquistare qualche margine di spesa corrente.
Altri tuttavia sono i problemi di questi settori, e la gara li può risolvere solo in parte. Si tratta di monopoli naturali, in cui è ben difficile scrivere capitolati completi ex ante, e su cui buona parte del potenziale di efficientamento si gioca sulla gestione del contratto post gara. Ben vengano le gare, certo, purché esse siano intese soprattutto come uno strumento che aumenta la trasparenza delle scelte e purché si accompagni con l'introduzione di forme di regolazione complementari alla gara.