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Le persone prima dei numeri

, di Pietro Masotti
Primo italiano ai vertici globali di J.P. Morgan, Filippo Gori è l’Alumnus of the Year 2026 della Bocconi Alumni Community. Dalle scelte che hanno segnato il suo percorso a una riflessione su leadership, merito e sul ruolo dell’Europa

Filippo Gori è il primo manager italiano ad aver raggiunto una posizione di vertice a livello globale in JP Morgan, la più grande banca d’affari al mondo sia per asset gestiti che per capitalizzazione in borsa. Ma non è solo per questo che il manager 51enne, che oggi appunto ricopre il ruolo di Co-Head del Global Banking, dopo essere stato CEO della regione Asia -Pacific ed EMEA, è stato scelto dalla Bocconi Alumni Community come Alumnus dell’anno. A valergli il titolo è anche il riconoscimento di uno stile di leadership “fondato sulla responsabilità e sull’attenzione alle persone”. “Sono enormemente lusingato e sorpreso dal premio e dalla motivazione”, commenta Gori, originario di San Giovanni Valdarno, una laurea in Storia economica in Bocconi alla fine degli anni Novanta. “Dopo 28 anni di lavoro all’estero non credevo di essere ancora nel radar dell’associazione, e, soprattutto, che le caratteristiche citate potessero essere notate. Se guardo, poi, l’elenco dei premiati in passato, molti dei quali hanno profili di grande rilevanza istituzionale, mi sento ancora più riconoscente e onorato”.

Con quali attese si iscrisse in Bocconi e che percorso professionale immaginava per sé?

“Sono arrivato in Bocconi quasi per caso: vengo da una famiglia nella quale nessuno si era mai iscritto all’università. Mio padre è cresciuto in orfanotrofio, ha lavorato dall’età di 10 anni, e si è costruito da solo una cultura incredibile. È stato lui a indirizzarmi verso la scelta della Bocconi, spingendomi a fare il test di ammissione anche se io, negli stessi giorni dell’esame, ero impegnato con un campo scout e sono venuto a Milano più per farlo contento che per una reale convinzione. Con queste premesse, il primo anno è stato difficile. L’incontro con un gruppo di studenti di economia politica, poi diventati compagni di studi e amici per la vita, mi ha dato molta forza per arrivare alla fine del percorso. Dopo la laurea in storia economica, ho considerato la carriera accademica e sono andato a Londra a insegnare per un breve periodo. Poi è arrivata la chiamata di JP Morgan che si è trasformato nel lavoro della vita”.

Quali aspetti della US bank l’hanno convinta a restare così a lungo, quasi trent’anni, all’interno della stessa organizzazione?

“Un percorso così lungo non sarebbe stato possibile se non condividessi gli stessi valori dell’istituzione per cui lavoro. Ma ciò che mi ha fatto restare davvero sono state le persone. Fin dal primo giorno, quando ho incontrato un gruppo di giovani analisti italiani - poi diventato un team internazionale di giovani manager - con i quali ancora oggi condivido la quotidianità e che rende più facile, e anche più piacevole, affrontare un ambiente competitivo e stressante come quello in cui ci muoviamo.

Seguendo quali principi e quale filo conduttore ha costruito la sua carriera all’interno di JP Morgan?

“Ho sempre fatto scelte non convenzionali. Per me, come detto, anche studiare in Bocconi fu una scelta di rottura con la tradizione familiare. E così è stato anche per il percorso in JP Morgan: quando, nel 2013, mi chiesero, per esempio, di andare in Asia, ero già managing director di alto livello in Europa. La scelta più ovvia sarebbe stata quella di restare dov’ero. Ho deciso di fare il contrario: sono andato in Asia per capire cose nuove e poter crescere davvero. Allo stesso modo, dentro l’organizzazione, mi sono mosso tra aree diverse, dai mercati al banking. Se posso dare un consiglio ai giovani professionisti, è di puntare su posizioni che facciano emergere i vostri punti di forza: è giusto lavorare sui gap, ma da un certo livello in poi diventa decisivo scegliere ruoli in cui potete esprimere al meglio il proprio talento”. 

Per tornare alle motivazioni del premio, come convive, nell’esercitare il suo ruolo, con le responsabilità che questo comporta?

“Cerco di non prendermi troppo sul serio, ricordandomi che nessuno è indispensabile. Anche di fronte ai problemi più gravi evito di perdere tempo a cercare un colpevole e mi concentro innanzitutto sulle soluzioni, provando anche a mettermi nei panni degli altri, magari proprio di chi ha commesso un errore. In fondo, il nostro è un business di persone: sia all’interno sia nel rapporto con i clienti. Per questo, mantenere il focus sul lato umano è fondamentale per crescere, ottenere risultati e affrontare con più equilibrio gli impegni.

Infine, è importante ricordare che un’istituzione come JPMorganChase esiste non solo per il proprio successo, ma anche per contribuire al miglioramento delle comunità in cui opera”.

Dal suo punto di osservazione negli Usa che visione si ha dell’Italia e del suo sistema economico di questi anni?

“L’Italia sta facendo bene, probabilmente meglio di quanto le venga riconosciuto. Detto questo, il contesto europeo andrebbe valorizzato di più. Guardando l’Europa dagli Stati Uniti — e per molti anni dalla Cina — ci si rende conto con chiarezza di quanto il Vecchio Continente sia decisivo per non essere schiacciati tra queste due superpotenze.

È nell’interesse di tutti che l’Europa resti prospera e continui a crescere, anche per difendere valori di pace e libertà che non sono ovunque condivisi. Per me questo tema ha un significato speciale: richiama da vicino la storia della mia famiglia — mio nonno fu deportato nei campi di concentramento — e, più in generale, quella di molte famiglie italiane.

Quali consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere una carriera nelle grandi banche d’affari internazionali?

È una grande professione! Ne parlo con umiltà e con gratitudine, poiché mi ha consentito di fare esperienze eccezionali, di vedere la parte migliore dei paesi e delle società. È una carriera che richiede sacrifici, spesso anche sul piano personale, ma che dà molto. Anche quando è vissuta come un’esperienza di passaggio, è sempre molto formativa, insegna un modo di lavorare che ti rimane per sempre. E poi faccio fatica a trovare un ambiente più meritocratico di una banca d’affari.

Qual è l’insegnamento ricevuto in Bocconi che ancora oggi ritiene più importante per la sua professionalità?

Sarò banale, ma l’insegnamento più evidente che ho ricevuto è che, se si studia e ci si impegna con costanza, i risultati arrivano, anche quelli che fino a poco tempo prima consideravi fuori dalla tua portata. Allo stesso modo, in nessun ambito ci si inventa o ci si improvvisa, serve impegno sempre.

Che parola assocerebbe oggi a Bocconi?

Finestra; per me, è stato un vero balcone sul mondo. Ricordo che nel 1996-97, durante le lezioni con i professori Giavazzi e Tabellini, studiavamo gli effetti dell’introduzione dell’euro che, negli anni successivi, abbiamo visto realizzarsi puntualmente. Gli studi in Bocconi mi hanno insegnato a guardare sempre ai sistemi nel loro insieme — osservando le dinamiche e le relazioni reciproche — e a valutare con attenzione le conseguenze di ogni scelta.

Che consiglio darebbe al Gori studente se lo incontrasse oggi in aula?

Di non lasciarsi per nessun motivo statistica come ultimo esame!